18 poesie

di Alessandro D’Orazio e Antonio Romagnoli

Chi prova a fare vero lavoro poetico nella nostra società ha bisogno di spaziare nella sua costruzione mitica della realtà e questo spazio interpretativo non è fornito, né incoraggiato. Le regole che costruiscono le condizioni di necessità e sufficienza in cui viviamo sono un proliferare di astrazioni su cui si può operare solo “simbolicamente”, accettandone macchinazioni e assiomi. Questi ultimi non sono però assiomi fideistici, radicati nell’assurdo, che è la base di ogni meta-pensiero, bensì costituiti a posteriori come gli unici a cui far seguire regole sedimentate dal caso.

Siamo arrivati al punto per cui, vista dal di dentro, la nostra società appare infinitamente complicata e inaccessibile nella propria natura, mentre osservata dal di fuori si fatica a capirne il senso o lo scopo.

Dunque un lavoro poetico oggi ha bisogno di respirare fuori dai nostri costrutti, ma se fuori da essi non c’è aria, si farà la cronaca di un’asfissia.

Titolo: 18 poesie

Autore: Alessandro D’Orazio, Antonio Romagnoli, con prefazione di Matteo Fordiani e postfazione di Andrea Gatopoulos

Edizione: Il Varco

Pagine: 120

Introduzione di Matteo Fordiani

Un estratto dal libro

Stante la costanza della narrazione a cui ci abbeveriamo, un testo poetico, composto di idee che si prestano alla contemplazione più che a un attraversamento a passo sostenuto, costituisce magro pasto per le suggestioni del lettore moderno, per indorare la pillola cominciamo allora con un fatto curioso: ventidue anni fa Theodore Kaczynski, noto al grande pubblico come Unabomber, costringeva il Washington Post a pubblicare il suo saggio-manifesto “Industrial society and its future”[1], facendo certamente mordere le mani a (più di) qualche artista concettuale. Le controversie morali nell’approcciarsi seriamente a un testo scritto da un serial-killer sono scoraggianti, ma nessuno ci sta guardando, quindi possiamo indulgere a questo guiltypleasure.

Kaczynski sostiene che la rivoluzione industriale e le inevitabili conseguenze dell’avanzamento del sapere umano siano vittorie pirriche, destinate a farci sentire profondamente in imbarazzo per le nostre ingenuità; l’avanzamento tecnologico posto come fine di sé stesso incoraggia la creazione di spazi vitali sempre meno a misura d’uomo, disgregando qualsiasi unità sociale che possa elevarsi sopra lo Stato nel cuore dell’individuo (più per condanna statistica – tra l’altro – che per un progetto sistemico); TK vede nella sovra-socializzazione moderna, che uniforma i valori morali senza discernerne l’efficacia, un’istituzione da abbattere.

Nelle parole di TK:

“psychologists use the term “socialization” to designate the process by which children are trained to think and act as society demands.
[…]
A person is said to be well socialized if he believes in and obeys the moral code of his society and fits in well as a functioning part of that society
.Some people are so highly socialized that the attempt to think, feel and act morally imposes a severe burden on them. In order to avoid feelings of guilt, they continually have to deceive themselves about their own motives and find moral explanations for feelings and actions that in reality have a non-moral origin. We use the term “oversocialized” to describesuchpeople.”[2]

L’adagio leibniziano per cui il nostro sarebbe il migliore degli universi possibili ha più rilevanza cognitiva, che filosofica: di tutte le maniere in cui le cose potrebbero andare male (o bene) consideriamo solo le più banali e vicine, non solo, consideriamo quelle per cui ci sembra esistere una soluzione; ma se è vero che queste dinamiche rivestono un’importante funzione sociale in tempi “stabili”, in tempi critici possono costituire forte limitazione alla possibilità di immaginare soluzioni e costruirsi un’idea intellettualmente onesta delle cause in atto.È facile spiegarsiquesti fenomeni rozzamente ricorrendo alla psicologia evolutiva.

Il mito greco, germe della moderna psicologia dinamica, ci racconta invece il nostro odio per le Cassandre, o meglio, che per essere una Cassandra dal mondo bisogna star fuori. È indubbio che le nostre intelligenze più acute e reiette siano state fiere e capaci di assumersi questo ruolo, meno evidenti sono le conseguenze che per questo hanno subito.
Cos’è che ci infastidisce tanto in questi spauracchi che berciano contro il nostro treno in corsa? A cosa si appellano pur di frenare il nostro dinamismo? Delle tante definizioni che la comunità scientifica ha dato di intelligenza, una che ha avuto profonda rilevanza nello sviluppo delle moderne I.A.[3] è quella di pattern recognition: la capacità di costruire categorie efficaci e relazionarle per identificare schemi soggiacenti a un fenomeno e prevederne l’evoluzione.

Il processo con cui inganniamo un pezzo di pietra e lo costringiamo a “pensare” è grossomodo il seguente: dopo averlo programmato con delle istruzioni minimali sul tipo di supporto su cui andrà ad agire (ad esempio riconoscimento di volti umani in immagini), lo si ingozza di foto e disegni di volti umani, dicendogli solo che sono tali, e poi di foto di cose che non sono tali. Esso sviluppa entro di sé i suoi discriminanti, poi gli si chiede di identificare i volti umani in una raccolta di immagini, su cui nulla gli viene detto, e si vede come se la cava. La risposta è: sorprendentemente bene.

Anche gli esseri umani non se la cavano male a riguardo: ne siamo così capaci che possiamo finirne oberati o soffrire un’ipertrofia di questa funzione, comunemente detta paranoia.

Quest’attitudine diventa ancor più rilevante quando siamo sottoposti ad un bombardamento di informazioni su enti che non rappresentano istantaneamente cause efficienti nelle nostre vite: non possiamo avere alcun effetto su di essi, figurarsi trarne beneficio, eppure non possiamo ignorare ciò che sappiamo a riguardo, o evitarci preoccupazioni quando cominciamo ad unire i puntini.Abbiamo detto che la macchina funziona bene quanto più è ricco e corposo il suo pasto di materiale d’allenamento, allora quali pattern arrivano a riconoscere le migliori “macchine” umane quando sono investite dalla miriade di fattoidi a cui il moderno può attingere?

Il mite Kaczynski è stato ingiustamente scomodato, verrà messo da parte per qualche paragrafo. Ora voglio procurargli un compare illustre: William James Sidis. Nato nel 1898, nel 1910 (a soli dodici anni) tiene ad Harvard la sua prima conferenza sulla geometria tetradimensionale. Dopo aver conseguito i dovuti degreessi dedica all’insegnamento, tenendo le sue lezioni di geometria euclidea in greco antico, lingua di cui aveva padronanza completa dagli otto anni.

Per rispondere alla domanda summenzionata, citiamo uno dei lavori più interessanti di Sidis, scritto al termine della Prima Guerra Mondiale, che costituisce tutt’oggi campo di ricerca[4]: “A Remark on the Occurence of Revolutions”: in quest’opera WJS evidenzia la stretta correlazione tra i cicli d’attività solari, nello specifico l’insorgenza delle caratteristiche macchie superficiali, e le rivoluzioni nelle società umane. WJS considera la serie temporale delle rivolte a partire dal 1800 (anno in cui cominciano rilevazioni sistematiche delle macchie scure sulla superficie solare); la numerosità delle zone a temperatura più bassa è inversamente correlata alla capacità del Sole di scaldarci: quando esse sono molto presenti (hanno una periodicità ben definita di circa undici anni) una nazione a clima freddo avrà ancora meno luce e calore, ciò risulta in inverni freddi e gelate precoci, ciò va a detrimento sia dei raccolti, sia della salute dei cittadini, in un ciclo che si auto- corrobora; infatti le ricerche di WJS in questo senso cominciarono quando, leggendo fonti storiche originali sulla Rivoluzione Francese e sulla Rivoluzione Russa, si accorse che il clima politico non sarebbe bastato a giustificare un sollevamento di tali proporzioni, poiché simili occasioni si erano precedentemente verificate senza dare luogo a disordini confrontabili. In conclusione, arguisce che, per quanto le macchie solari non rappresentino una condizione sufficiente all’insorgere di una rivoluzione, il malcontento contro la classe politica è storicamente ineffettivo di per sé, bensì si traduce in atto solo quando la fame e la malattia oscurano la paura dei padroni e rivelano il nostro imperativo a sopravvivere.

Lo studio trova una precisa corrispondenza tra le periodicità dei due fenomeni e fornisce un’euristica originale.

“A Remark on the Occurence of Revolutions”  ci fornisce un esempio meraviglioso di quali (spesso desolanti) schemi può scovare un uomo straordinariamente intelligente in una realtà straordinariamente complessa, per non pensare alla cocente amarezza che un socialista fervente poté provare scoprendo quest’insufficienza motivazionale dell’ideologia; infatti la capacità d’osservare spesso coesiste con quella d’immedesimarsi nell’altro e ben presto durante la sua vita WJS si trovò in disaccordo col darwinismo sociale che dominava il pensiero delle classi abbienti, volgendosi appassionatamente al comunismo e al pacifismo attivista, trovando in essi anche la dimensione sociale che tanto gli era mancata durante l’infanzia[5]. Essendo assurto all’onore delle cronache in gioventù come bambino prodigio e “persona più intelligente del pianeta”[6], la sua adesione al comunismo non passò inosservata: arrestato il primo Maggio durante una manifestazione per i diritti dei lavoratori, venneprocessato e condannato prima alla detenzione coatta, poi grazie a intercessioni influenti (e infauste) all’internamento in clinica psichiatrica, dove fu sottoposto a incessanti sedute di elettroshock, da cui non si riprese mai.

Scosso da questa brutalizzazione, scelse l’isolamento e la solitudine, abdicando i suoi ideali e aderendo a correnti libertarie e individualiste, le stesse che avrebbero ispirato Kaczynski pochi anni dopo. Morì in solitudine nel 1944.

Anche Unabomber fu un bambino prodigio: entrato ad Harvard a soli sedici anni grazie alle sue spiccate doti matematiche, nel 1948 si trovò coinvolto in esperimenti psicologici sponsorizzati dall’OSS (Office for Strategic Services, antesignano della CIA)[7], portati avanti nella stessa Harvard usando studenti come cavie. Si trattava di lunghi e gravosi interrogatori intenzionati a minare in ogni modo le più basilari convinzioni dell’intervistato.[8]

Dopo queste esperienze e nonostante i suoi colleghi e superiori lo tenessero in altissima considerazione, scelse di vivere isolato in una foresta, nutrendosi solo della carne che fosse in grado di procacciarsi. Da questo locus amoenus cominciò a redigere i suoi scritti e preparò gli ordigni che avrebbero dovuto porre all’attenzione dell’umanità tutta il suo grido d’allarme.Catturato in seguito a una soffiata del fratello, sta attualmente scontando la sua pena negli Stati Uniti.

Con Sidis e Kaczynski, Romagnoli e D’Orazio hanno in comune (oltre lo iato temporale che li separa) un ragionato rifiuto della nostra direzione collettiva, della nostra over-socialization, e la necessità di  piazzare in giro campanelli d’allarme per chi sappia cogliere il tinnito, piccoli pacchi bomba, come questo libretto nero.

Al contrario di Sidis e Kaczynski, Romagnoli e D’Orazio hanno avuto la fortuna di conoscersi e trovare uno specchio in cui riconoscere la stessa avversità all’idillio compulsivo, nelle parole di R:

“Eppure c’è un sollievo
ingenuo nel
condividere lo stesso
abisso.”(AR)

Quando parlo di idillio compulsivo, non è in uno slancio poetico, ma in preciso riferimento al termine (idillio) utilizzato da Milan Kundera in diversi romanzi per descrivere quell’immagine mentale collettiva che guidava (ed entro di loro giustificava) le azioni dissennate di persone altrimenti normali, durante l’avvento del comunismo in Cecoslovacchia. Ogni società possiede un suo idillio, quello offerto dai totalitarismi è così promettente da imbarbarire il più mite degli uomini. Viene automatico chiedersi, qual è il nostro?

Si potrebbero scrivere pagine e pagine a riguardo, un buon punto d’inizio potrebbe essere il manifesto di un outsider come Kaczynski, ma non è questo lo spazio adatto e desidero quindi soffermarmi su un solo elemento: la promessa che la storia ci fa (pur se al momento poco chiara), quella che ci spinge ad accettare un sistema economico in disgregazione, le cui esigenze confliggono con quelle dei nostri organismi, chiede qualcosa in cambio, la fede.

Mentre i totalitarismi del Novecento chiedevano un’incondizionata fede in essi (ma finché la fede vive, può sempre nascerne una mutazione), il nostro sistema ci chiede di non averne.

Si può opinare che la fede sia ora riposta nel progresso, ma non c’è bisogno di alcuna scommessa pascaliana per constatare l’inevitabile accumulazione e messa a frutto della conoscenza.

Per quanto gli esiti negativi di un credere assoluto siano oggi più evidenti che mai, ne è evidente anche la forza sconvolgente, che permette a un manipolo statisticamente insignificante di individui di tenere sotto scacco un continente intero.

È forse la dimensione della fede che è stata dimenticata dalle grande dittature: non si può credere in qualcosa di dimostrabile, come l’efficienza economica di una nazione rispetto ad altre, o all’innegabile senso di appartenenza rispetto al suolo che ci nutrica; le fedi ridotte e innecessarie non soddisfano questo nostro strano organo: la fede dev’essere in un assurdo, un assioma dirompente.

È questo che dimentichiamo anche noi quando tentiamo un’analisi dei nostri morbi: ogni esperienza esistenziale è frutto di una fede assurda, ciò che percepiamo è reale, noi, in questo mondo, Siamo, e ciò è completamente assurdo.

In questa condizione essenziale dell’esperienza umana è racchiuso il metodo dell’epochè, della sospensione del giudizio, che è una fede non assertiva.

Anche questa piccola gemma del pensiero ci è negata, la sospensione del giudizio occupa prezioso spazio computazionale, richiede di tastare l’oggetto della nostra conoscenza ammettendo la possibilità di conoscerlo in ogni maniera altra rispetto a quella che ci è immediatamente data e nell’approccio al poetico è più che mai necessaria.

La grande poesia ha le radici nelle grandi fedi, anche di carattere negativo. La nostra contemporaneità dà a una larga maggioranza della penisola la possibilità di apprezzare un testo poetico, pur senza comprenderne necessariamente le sfumature culturali più sottili, eppure ciò che arriva alla massa, in un momento storico così ricco di spunti, è solo il farsesco (e.g. un triste caso letterario come Guido Catalano), sia esso volto al sollazzo o strumento di critica; è noto che delle epoche più decadenti, ciò che di valido ci è rimasto è spesso satira.

Chi prova a fare vero lavoro poetico nella nostra società ha bisogno di spaziare nella sua costruzione mitica della realtà e questo spazio interpretativo non è fornito, né incoraggiato. Le regole che costruiscono le condizioni di necessità e sufficienza in cui viviamo sono un proliferare di astrazioni su cui si può operare solo “simbolicamente”, accettandone macchinazioni e assiomi. Questi ultimi non sono però assiomi fideistici, radicati nell’assurdo, che è la base di ogni meta-pensiero, bensì costituiti a posteriori come gli unici a cui far seguire regole sedimentate dal caso.

Siamo arrivati al punto per cui, vista dal di dentro, la nostra società appare infinitamente complicata e inaccessibile nella propria natura, mentre osservata dal di fuori si fatica a capirne il senso o lo scopo.

Dunque un lavoro poetico oggi ha bisogno di respirare fuori dai nostri costrutti, ma se fuori da essi non c’è aria, si farà la cronaca di un’asfissia.

Quando l’assurdo dell’Esserci e l’assurdo del dimenticarlo trapelano nel quotidiano queste elucubrazioni teoriche assumono una dimensione sensibile:

“[…]
torneranno tutte le lucertole

Tra i muscoli grigi

a un passo dal cuore

già le sento leccarmi le costole

[…]”(ADO)

“[…]
la morte mi ha dato
appuntamento alle cinque
in un giardino inglese.” (AR)

Dicevo che il poeta oggi necessita di porsi al di fuori da un mondo che non lo foraggia, ma così facendo rifiuta l’Atto, inteso nell’accezione di H. Arendt[9], squisitamente politico. Se operiamo un’analisi quantitativa, i termini del lessico politico (o qualsiasi richiamo all’umanità, non esistenzialmente intesa) sono completamente assenti dalle opere di AR e ADO qui contenute.

Il visionario cui però manchi l’Atto, relegato nell’intelletto e nella contemplazione, perde il potere di forgiare il mondo a immagine dei suoi stati febbricitanti, sia pure per brevi intervalli.Il creatore cui manchi questo interscambio tra il lavoro poetico(concepito anche come reazione al reale da parte dell’immaginario) e la realtà in cui esso si trova, è come castrato.

Nei testi è invece chiaro un odi et amo col pensiero scientifico, che come ogni battaglia è mitizzabile (e lo sono i suoi protagonisti e i suoi concetti) e in questo senso è inteso, ma, assurto a principio ordinatore senza regole di super-selezione, è foriero di tecnocrazia. Nel suo calcolo millimetrico per le nostre vite, il nostro lavoro, il nostro benessere, non può filtrare lo smottamento onirico della poesia, che noncurante destruttura, riorganizza, rompe e salda le astrazioni che ogni giorno ci tengono in vita: ognuna di queste macchine concettuali è troppo importante per noi per essere messa in questione, e l’unico lavoro nell’oscuro che ci è concesso, è quello nell’acqua bassa, dove toccano i piedi, cantori di chimere con gli artigli limati e i denti strappati.

Di fronte a ciò, il rifiuto dell’Atto e il testo come resoconto di questo stato mutilato prendono vita e sono in aperta conversazione con le parole del passato, che ci narrano un mondo in cui erano esse a informare i fatti e la forza ambivalente del patetico forgiava le nostre realtà collettive per vie ignote.

Le parole del passato più prossimo sono altresì i canti funebri per la morte dell’Autore: in questo libro il lutto è ormai elaborato e accettato, vissuto col senso di necessità formale ed estetica che la nostra raffinata psicologia ci impone.

C’è comunque uno sprazzo di speranza, che si racchiude nelle uniche affermazionicollettive, politiche, sottese nel testo; una chiave per rimettere in ballo il mitico, ma lasciata come un monito discreto: vederci schiavi di un incantamento collettivo;

“Un manto rumoroso di cifre
e oggetti s’è posato sul mondo
con la presunzione e l’insistenza
di un bambino viziato
[…]”(AR)

“Pareva lagna d’un matto
fare avanti e indietro
giorno e notte, sottovuoto
Adesso è scienza
da infliggere al mondo

Cifre, freddo, buio fitto
Pochi pensieri, dolciastri
e una sola nenia: “Forza idioti
o perdete aderenza!”
Va canticchiato l’ultimo girotondo.”
(ADO)[10]

Questo screzio roseo in un tramonto apocalittico può essere sintetizzato nell’incipit di “Amigdala”[11] [12]:

“Siamo i primitivi di una nuova era.”

Chi nasce oggi in una metropoli  (ed è ragionevole supporre che il fenomeno non possa che estendersi  ad ogni forma di agglomerato umano) si rapporta al mondo tecnologico con la medesima naturalezza inconsapevole di un macaco in foresta, dei neri americani col giradischi, con una certa fede, possiamo dire.

Chissà quante morti e quante nascite sono state necessarie perché un pezzo di pietra appuntito si facesse spada, perché una spada divenisse qualcosa di più, perché questo qualcosa di più andasse ad albergare nel cuore di Jorge Luis Borges e ne traesse un canto struggente. Forse possiamo aspettarci qualcosa di simile dai nostri calcolatori.

Per ora scrivo queste ultime righe dal cybercafé di un piccolo paese del Marocco, rimpiangendo (non senza un certo ribrezzo coloniale, va ammesso) un mondo in cui ogni uomo è poeta quando parla del suo Dio.

Azrou, Marocco
4 Ottobre 2017

[1]http://www.washingtonpost.com/wp-srv/national/longterm/unabomber/manifesto.text.htm

[2]Da “Industrial society and its future”

[3]The Pattern Recognition Basis of Artificial Intelligence” – Tveter D. – 1998 – Wiley

[4] Ad esempio in“Solar activity, revolutions and cultural prime in the history of mankind” – Mikulecký M. – 2007 – Neuro Endocrinol. Letters

[5] Per saperne di più su William Sidis consiglio la lettura di “La vita perfetta di William Sidis”  di M. Brask, edito dall’Iperborea.

[6] Non risultano misure dirette affidabili del quoziente intellettivo di WS e risulta quindi un’affermazione infondata.

[7]Questo esperimento fu il precursore dell’inverosimile, seppur ben documentato e in definitiva reale, progetto MKULTRA, volto a testare i limiti e le possibilità psicologiche dei soggetti umani in condizioni estremamente fuori dall’ordinario.

[8] Per approfondire: Harvard and the making of Unabomber, articolo comparso su The Atlantic ad opera di Alston Chase, rinvenibile online.

[9]“Vita Activa” – H. Arendt

[10] Non presente nel testo.

[11] “Amigdala” – A. Gatopoulos

[12] L’Amigdala, o corpo amigdaloideo, è una parte del cervello che gestisce la nostra componente emotiva piu ancestrale, in particolar modo la paura.