32 secondi e 16: il tempo di morire

 

 

“Sic volvere parcas”
Eneide/Proemio
Immerso com’è nel tempo dell’indignarsi a comando – reazione che ha come contraltare un’empatia parimenti teleguidata dalle dinamiche socio/culturali e che ha ben poco a che fare col seppur millantato sentire individuale – l’uomo contemporaneo ha assunto sempre più la tendenza ad abbozzare compulsive pulizie di coscienza allo scopo di far apparire quanto più lucido il proprio contenitore vuoto. A mostrare la polvere – non poca – che nella finta pulizia s’è accumulata sotto al tappeto arriva, con la sagacia di chi ha ben compreso questo meccanismo, portato all’esasperazione dai social network, “32 secondi e 16”, testo scritto da Michele Santeramo e portato in scena da Serena Sinigaglia.
La storia è quella dell’atleta somala Samia Yusuf Omar che, dopo aver preso parte – con risultati imbarazzanti – alle Olimpiadi di Pechino, nel viaggio verso i successivi giochi olimpici di Londra diventerà solo un altro tra i tanti cadaveri ospitati dal Mediterraneo. Prontamente i media occidentali hanno dato il cadavere di Samia in pasto ai fruitori – gli indignati/empatici a comando di cui sopra – come eroe-da-quarto-d’ora mentre le migliaia di morti venivano (come tutt’ora accade) fagocitati ed assimilati come semplice statistica. La forza della messinscena della Sinigaglia, dunque, sta proprio nel contrapporsi di netto a come la questione è stata proposta ed elaborata, mettendo chi guarda nella condizione di trovarsi da un lato faccia a faccia con la questione in sé – in tal senso è efficacissimo nel bilancio generale l’incipit, che inizialmente può invece apparire ai limiti del didascalico, come efficace è l’utilizzo del supporto audio-visivo – dall’altro costringendolo a specchiarsi nella propria inettitudine – specie nel segmento del capitolo “L’Isola”. Sul podio costantemente posizionato in mezzo al palco, a mo’ di sogno eterno costretto a restare sempre e comunque sotto al pelo dell’acqua, gli attori si muovono frenetici e intrecciano  dialoghi sovrabbondanti ma mai confusi, quasi fossero tre Moire che tracciano – e all’occorrenza recidono – il filo del destino della protagonista (in ordine sparso, gli interpreti sono: Valentina Picello, Tindaro Granata e Chiara Stoppa; ottimi nella performance individuale, meno in una coordinazione che in ogni caso vede all’orizzonte ampi margini di miglioramento).
Samia Yusuf Omar  era solo una povera negra che desiderava partecipare alle Olimpiadi. Ma, nell’epoca dell’obsolescenza programmata, il desiderio è polvere di fata: appena lo sfiori, svanisce.

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