A questo mondo tutto…

Gino si stava pulendo le unghie usando come scovolini quelle più affilate dei pollici, quando Fabietto entrò trafelato.
“Fatto?”, disse Gino sputacchiando da parte.
“Fatto”.
Fabietto fece un respiro forte. L’aria umida e viziata dello scantinato gli consigliò di recuperare in fretta la frequenza polmonare abituale.
L’unico neon al centro di una parete piena di tracce di trasudo e verderame – proprio sulla verticale della testa di Gino – sfavillò per un secondo. Il bagliore intercettò la figura che l’oscurità teneva in disparte. Era esile, la sagoma, quasi tutta reclinata in avanti, impossibilitata a cadere per via di uno spesso strato di cellophane che le assicurava il tronco e le caviglie ad una sedia di ferro.
“Che hanno detto?”.
“Stavo pensando che indipendentemente dall’aver usato il suo, di telefono, a quest’ora c’avranno già belli che triangolati”, mormorò Fabietto, come a compendiare tutta una filza d’intuizioni contraddittorie.
“Sai che brivido. Gireranno a vuoto giorni prima d’azzeccare il buco giusto. Magari t’è sfuggito ma qui si gioca di fino. Questa è organizzazione, psicologia applicata, mica cazzi. Allora, che hanno detto, gl’inconsolabili?”.
Finito con le unghie, Gino aveva infilato le mani in tasca, sbirciato con un’occhiata lunga il suo completo – mocassini neri a pianta larga, jeans di fustagno scuri, camicia bianca arrotolata ai gomiti, cravatta sottile semi-snodata con millimetrica nonchalance – e assunto la mimica decisa ad un passo dalla disperazione che hanno i detective corrotti americani nei telefilm americani.
“Poco o niente”.
Fabietto, invece, era perplesso. L’aria era sul genere di quella di uno scrittore appena arrivato in cima al grattacielo della notorietà che, alla prima conferenza stampa, di fronte a gente abbonata a porre domande falsamente provocatorie, di nessuna pregnanza letteraria, gira gira di spudorato contenuto personale, nicchia sulla possibilità di risolvere l’imbarazzo con un sorriso, un silenzio allusivo o mandando tutti affanculo.
“Cioè?”.
“Le solite cose. Per favore non fategli maleCollaboreremoDateci una provaFateci sentire la sua voce e bla bla…”.
“Gliela daremo sì, la prova. Noi siamo superiori perché sappiamo improvvisare”.
Gino fece una pausa significativa che nessuno apprezzò.
“E’ tutto sotto controllo”, proseguì. “Non ti preoccupare, ci penso io”.
Fabietto rimase perplesso più o meno come prima. In quello stato di calma relativa gli tornò in mente un particolare.
“Oh”, disse, “in sottofondo c’era una voce giovane che ripeteva Povero Manfri, povero Manfri. Poi c’è stato uno starnuto e subito dopo la voce s’è trasformata in pianto. Una fontana, pareva, mica no”.
Dal buio crebbe un mugolio che presto riempì il cubo cinque-per-cinque dello scantinato.
“E mo che vuole, questo ?”.
“Lèvagli lo scotch, così magari ce lo dice”, fece Gino, sguardo basso, indice destro oscillante per aria a sostenere l’ordine appena dato, schiena mezzo poggiata al muro e piedi incrociati: nella sua testa lo splendore stesso del repertorio vecchia scuola sul tema Preliminari standard nella tecnica degli interrogatori.
“Anzi”, aggiunse, “portalo alla luce. Vediamo di che umore è il fighetta”.
Fabietto si mise in moto. Di primo acchito pensò di trascinare l’ibrido umano-metallico di forza. Il pavimento sbrecciato come un capriccio astratto e intriso di una patina indurita di polvere lo convinse presto che non era il caso. In più constatò che le gambe della sedia mancavano di gommini. Allora afferrò lo schienale e fece leva. Le gambe anteriori si staccarono facile da terra, quelle posteriori si rassegnarono a sopportare tutto lo sforzo. Gino seguì distrattamente le manovre. Da parte sua, la figura imbozzolata non smise un attimo di guaire.
Arrivato in qualche modo in favore di luce, Fabietto mollò lo schienale e tirò via lo scotch con un unico strappo.
“Aaaahhh…. Maiali. Maledetti stronzi. Pez…”.
“Rimettigli lo scotch”.
“No, per favore!”.
“No? Di’ un po’, sei stanco di vivere, tu ?”.
“No”.
“Ti piace vivere, quindi”.
“Sì”.
“Allora sta’ zitto !”.
“Ma io…”.
“Rimettigli lo scotch”.
Fabietto rovistò nella scatola di cartone che Gino aveva portato la sera in cui era iniziato tutto, il giorno prima. La trovò in penombra, incastrata in un angolo, proprio alle spalle del tizio in bislacca simbiosi con la sedia. Appena dopo averne fatto scivolare di lato il telefono spento, Fabietto recuperò il nastro di scotch – tra meno di mezzo rotolo di carta igienica, un flacone di anti-batterico/uso esterno, bustine di cracker, una confezione di acqua minerale da sei e un’altra cosa dura che lì per lì non riuscì ad identificare – ne recise un pezzo coi denti davanti e glielo appiccicò sulla bocca.
“Non ha più niente da dire, adesso”, osservò inerte ad operazione compiuta.
“Meglio, perché gliene serviranno di argomenti se non ci danno quello che vogliamo”.
“A proposito”, fece Fabietto, sempre piuttosto perplesso, “cos’è che chiediamo, esattamente ?”.
“Chiediamo un riscatto”.
“Questo l’avevo intuito. Intendevo cosa, quanto”.
“Di sicuro quanto non offende la nostra intelligenza. Un giusto prezzo. Sì, ecco… un giusto prezzo. Diciamo un milione. Un testone tondo tondo”.
“Un milione! Sei cotto?”.
In Fabietto la perplessità stava ad ampie falcate lasciando il posto ad una subdola forma di preoccupazione, quella che fiuta le tragedie dal concatenarsi di certi dettagli, in specie quelli che alla fine, per vie arcane ma non meno inesorabili, forniscono una logica tutta sua allo sparare cazzate.
“Ma tu lo sai chi è questo ?”.
Gino s’era staccato dalla parete e aveva formulato la domanda in atteggiamento contemplativo, senza cioè fissare un interlocutore preciso. Puro cinema, insomma. Il suo cinema.
Fabietto rispose lo stesso.
“Uno-coi-soldi”, disse a cantilena, staccando bene le parole.
“Troppo facile. Questo non è semplicemente uno coi soldi, vero?”.
Gino alzò la voce girandosi e indirizzando prima uno sguardo truce e sullo slancio un calcione nella direzione dai cui i mugolii non erano mai cessati di arrivare e che anzi, da quest’istante, presero la cadenza di un’autentica nenia.
A cavillare, l’occhiata di Gino era finita in un punto qualunque fra le spalle e le orecchie dell’uomo-pacchetto. Il calcione invece s’era stampato sullo stinco più vicino, quello destro. Un bersaglio facile.
“Questo è uno dei dentisti del cazzo più noti in città”, disse alla fine.
“Ah. E allora?”.
“Allora? Io non li reggo i dentisti. Quindi, se permetti, la possibilità di toccare uno dei più grossi tra questi stronzi nel punto che gli duole di più – che non è un molare o un incisivo, bada bene, né la mamma o la patria, ma il portafogli – è quello che io chiamo un-piacere-che-non-càpita-due-volte-nella-vita e che non ho proprio intenzione di farmi scappare”.
“Non la sapevo ‘sta storia. Così ce l’hai su coi dentisti…”
“L’hai detto”.
“Sì… e perché ?”.
Fabietto lanciò il rotolo di scotch verso lo scatolone a mo’ di gancio-cielo. Non appena quello rimbalzò sul blocco delle minerali a cui mancavano tre bottiglie, si toccò i bottoni sulla patta dei jeans.
Il prigioniero, aggavignato alla sedia – le braccia intrecciate cavalcioni sullo schienale, le mani legate insieme con alcune di quelle strisce di plastica dura dentellata che hanno sostituito le manette – si sgolava sul nastro adesivo e strabuzzava gli occhi.
“Perché sono delle cazzo di sanguisughe”, disse Gino. “Ti scuoiano per farsi la settimana bianca, il televisore piatto coi cinquemila canali, la jeep e tenere buone le ex mogli a botte di alimenti. Aggiungici pure che tra di loro abbondano gl’incapaci, otto su dieci non pagano le tasse, hanno quell’insopportabile parlantina imbonitrice. Aggiungici il tanfo di chiuso misto a disinfettante che appesta gli studi. Aggiungici che arredano le sale d’aspetto come il salottino dei sette nani e puoi farti un’idea abbastanza precisa di quanto questi bastardi mi stiano sulle palle. Guardalo. Ci puoi rimettere l’orologio con uno così e bucare uguale un appuntamento”.
Fabietto strizzò gli occhi, poi disse:
“Anche i pasticceri, quelli dell’abbigliamento, gl’idraulici, i tappezzieri, quelli dei ristoranti, dei bar, i gioiellieri annoverano incapaci, ti scuoiano, non pagano le tasse ma…”.
“I dentisti lo fanno peggio”.
Fabietto sentì del sudore scavallargli la linea delle costole.
“Mmmhh, mmmmmhhh!”
“Mi sa che ora il cavadenti ha davvero qualcosa da dire”.
Fabietto guardò Gino.
“Togligli lo scotch”, disse Gino.
“Brutti deficienti. Stupidi bambocci. Io vi ci faccio schiattare in galera. Tes…”.
“Rimettigli lo scotch”.
“Nononono. No. Aspetta… Per favore. La voce al telefono, la voce…”.
“La voce? Quale voce?”, s’inserì Gino, le braccia ben incrociate, la testa inclinata un po’ di lato, sputato N.Y.P.D.
“Quella che ha sentito lui, quella di cui parlava prima”, rantolò l’uomo indicando Fabietto con la testa.
“Embè?”.
“E’ mia sorella Tea” .
“Embè?”.
“Lasciatemi parlare con lei. Solo un min…”.
“Rimettigli lo scotch”.
Fabietto rinvenne lo scotch, approntò un nuovo bavaglio e lo saldò alle labbra del dentista. Chiusa la pratica, si prese gli ultimi cinque strappi di carta igienica e, stritolando il cilindretto di cartone con l’altra mano, si soffiò il naso. Infine si rivolse a Gino.
“Senti, perché non la finiamo?”.
“Di che parli?”.
“Secondo te di che parlo?”.
“Nz”.
Gino sbatté le palpebre e scrollò le spalle.
“Nah. Te lo scordi”, borbottò a ruota. “Questa è una cosa tosta”.
“Già. Tipo la tua testa”.
“Questa è una cosa tosta che ci frutterà un sacco di grana”.
“Non abbiamo bisogno di grana, lo sai. Tantomeno di grane”.
“Ehi, noi ce lo meritiamo ‘sto malloppo. Abbiamo sgobbato pesante per…”.
“Sgobbato?”.
“Proprio”.
“Tu non hai mai spostato un atomo in vita tua”.
Gino distolse l’attenzione dal dentista accartocciato su se stesso, di fronte a lui – ora intimamente incuriosito dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti – e la diresse su Fabietto.
“Si può sapere che ti prende, eh ? Cos’è, hai strusciato il cervello sulla grattugia?”.
“Tuo padre possiede o no un paio di acciaierie fra qui e il Nord Europa? E tua madre, tua madre è o non è, oltre la migliore amica di mia madre, l’unica erede di una fabbrica di biscotti bella grossa?”
“E questo che cazzo c’entra?”.
“Gi’, io ti voglio bene ma tu non hai mai dovuto sgobbare. Per niente. Secondo me nemmeno te lo sei mai sognato, di sgobbare. Conclusione: inventarsi qualcosa da fare non vuol dire necessariamente fare una stronzata”.
“Benissimo. E visto che sai tutto, saprai anche che senso dare alla presenza di questo piagnone che abbiamo legato e imbavagliato che non sia il suo scambio con un corrispettivo in denaro”.
“Beh… in effetti… no. Non c’ho ancora pensato. Ma non…”.
“Non c’hai mai pensato. Troppo faticoso”.
“Lasciarlo andare?”, grugnì Fabietto, facendosi forza.
“Continua a non pensare”.
Gino riuscì a convogliare tutta l’incredulità, la delusione e la rabbia che Fabietto gli suscitava in quel momento in una sola espressione, impassibile ma come sospesa, sempre sul punto di trasformarsi in qualcos’altro.
“Sarai sempre un gregario, tu”, sospirò alla fine. “Anzi, manco quello sai fare”.
Il dentista – per quanto possibile – s’era ricomposto e aveva ripreso a respirare ritmicamente col naso. Avrebbe dato qualunque cosa – anche un milioncino tondo tondo – perché quella conversazione continuasse all’infinito. Male che andava, infatti, gli faceva guadagnare tempo.
Fabietto, al contrario, si sentiva stanco. Il sudore gli aveva aggredito le ascelle e i fianchi. Di quando in quando pensava ad una tazza di cioccolata, ad una doccia tiepida, ai meravigliosi occhi grigio-verdi di Ely – occhi duri, profondi, che continuavano a dirgli di no – o si augurava di smettere di pensare.
“Comunque, tu non lo sai che vuol dire crescere in una famiglia come la mia. Non ne hai la minima idea”, sentenziò Gino con l’aria spossata di uno che sceglie di condividere solo la parte meno penosa di un ragionamento ben più articolato e amaro.
In realtà Fabietto lo sapeva, eccome, però preferiva non ripeterselo di continuo. Aveva scoperto che era più salutare. Più di tutto, aveva sempre scartato l’ipotesi di usare la famiglia come alibi.
“Altro che sgobbare. Qualcosa di metafisico è stato venire su là in mezzo. Di metafisico. Quindi non me ne frega un cazzo di quello che pensi, ammesso che le tue lagne possano considerarsi indizi di pensiero”.
Ormai Gino era innescato. Andava a ruota libera. Aggrottava le sopracciglia come a concentrarci dentro grumi e grumi di passato prossimo.
Fabietto sapeva che la cosa poteva essere pericolosa. Era già successo.
“Ah, ecco”, sospirò appena Gino si zittì, il tono mezzo floscio. “Così sì che cambia tutto. Davanti alla metafisica ogni cosa si blocca, realtà compresa. E per inciso neanche a me frega un cazzo di quello che pensi tu. Voglio solo evitare di fare una brutta fine”.
“Bravo”.
“Fa’ pure quello che ti pare, come al solito. Però risparmiami la puttanata dello sgobbare e non mischiare le ripicche personali con quello che stiamo facendo. Sostenere una cosa del genere è un po’ come mettere la mano sul fuoco con la pretesa di riaverla indietro. Ma non sia mai che questo ti faccia dare una regolata. Per carità”.
“Applausi”.
“See, vabbè…”.
Gino chiuse un attimo gli occhi, strofinò un indice sulla punta del naso, prese fiato e ricominciò a parlare, come se Fabietto non ci fosse o fosse un altro.
“Se non ricordo male”, scandì, “l’altro giorno quando abbiamo deciso l’azione non ce l’avevi il muso lungo ma soprattutto non le facevi tutte ‘ste domande. O sbaglio?”.
A Fabietto scappò un sorriso maligno solo in parte utile a stemperargli la tensione. Quindi dondolò la testa lentamente in avanti, tipo quei cani giocattolo che per anni hanno presidiato i pianali posteriori di chissà quante utilitarie, e non rispose. Sperava solo che Gino non entrasse in orbita.
“In ogni caso, il modo per svoltare io ce l’ho”, disse Gino applaudendosi da solo. Il detective che era ancora in lui aveva annusato aroma d’impunità e festeggiava.
Il dentista, intanto, rifiatava. Sembrava tranquillo, adesso, nonostante il domopak e la staticità forzata. Era come se si fosse svegliato su un aereo di rotta transoceanica in una posizione solo un tanto scomoda e con la voglia latente d’infilarsi nel primo gabinetto a tiro. Cosa più semplice – completamente concentrato su se stesso com’era – s’era perso l’annuncio di Gino, così aveva atteggiato il viso ad una posa neutra, telegenicamente idiota.
Fabietto, all’opposto, le mani lungo i fianchi, fremeva. In quella variante del campo neutro che sono i secondi d’attesa, s’era messo a contare e a ricontare le chiazze di sporco tra pavimento e pareti, cercando di rimandare il momento in cui avrebbe dovuto capitolare e focalizzarsi sul calcolo del punto d’impatto dell’ennesima traiettoria impazzita dell’amico.
Alla fine, di colpo, il suo cervello grippò, smise di arrovellare.
Non restava che aspettare che Gino parlasse.
“Gli tagliamo una mano, al luminare, e la spediamo a casetta”, se ne uscì Gino. “Così con una fava prendiamo due piccioni. Diamo la sveglia alla famiglia e impediamo per sempre a… giusto, come si chiama ‘sto qui?…  di fare danni”.
Fabietto pensò Tombola e, a stretto giro, Addio. A seguire disse, in un misto di maldestramente assortiti cautela e scazzo: “Una mano? Cala Gi’”.
Gino smorzò l’esultanza che gli avvampava in viso. Ci passò sopra una spruzzata d’incertezza e una di vera e propria rimozione.
“Beh, sì”, farfugliò. “Diciamo che mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo”.
“Chiamalo entusiasmo”.
“Un paio di dita andranno bene. Massì. Gli prenderemo un paio di dita. Le avvolgeremo in un biglietto con le ultime istruzioni e le manderemo a destinazione. A te che dita piacciono? Hai preferenze? Per me non c’è partita, seghiamogli i pollici e buonanotte”.
“Mmh !Mmmmhhhh !!!”.
Il dentista vibrò d’improvviso dalla testa ai piedi, un solo angosciante tremore, durante il quale rimise il mondo a fuoco più in fretta che se gli avessero sparato adrenalina nel petto. Il borbottìo del suo monologo prese in pochi istanti l’intonazione dei singhiozzi incontrollati. Sudava di brutto, ora, e in più gli occhi gli si erano iniettati. Per un po’ la sua faccia parve preda di versioni complementari dello stesso orrore: sbiancò, si rilassò, si gonfiò, si affossò nel risucchio delle guance, impallidì di nuovo, diventò viola. Quindi trovò una caricatura d’equilibrio assestandosi su una specie di disperazione permanente ma esausta.
“Sembra alterato, il capoccia”, disse Gino nel gesto di appoggiarsi le mani sui lombi.
“Forse non gli sorride l’idea di farsi imboccare per il resto dei giorni”.
“Ma com’è che si chiama…”.
Gino faceva brevi giri su se stesso come a voler recuperare dalla memoria ricordi circa snodi decisivi di chissà quali indagini passate.
“Parlavi di una voce, prima”, domandò, dando le spalle a Fabietto.
“Era la sorella. L’ha detto lui”.
Fabietto si passò due dita sulla fronte.
“Sì ma che diceva ?”.
“Una cosa come Povero Manfri”.
Manfri. Che cazzo vuol dire Manfri ? Che roba è, la manfrina che questo buffone butta in faccia ai pazienti ?”.
“Chiedilo a lui finché è intero, può darsi che ti risponda. Sul serio… Voglio dire… Gi’, molliamola qui, forza. Io ne ho abbastanza. Davvero”.
“Levagli lo scotch”.
“Piantiamola qui”.
“Levagli lo scotch”.
Fabietto si avvicinò al dentista. Adesso questo era tutto abbandonato sullo schienale e s’era pisciato addosso. Fabietto rimosse lo scotch, con delicatezza stavolta.
“Basta, basta…”.
Il dentista sibilava sottovoce e ciondolava la testa.
“Che vuol dire Manfri ?”, lo incalzò Gino. Poi gli si piazzò davanti, isolò tra le dita il primo bottone della camicia e prese a giocherellarci. Fabietto contemplava la scena dal lato in ombra del cubo.
“Basta. Non potete fare questo. Voi non…”.
“Che è ‘sto Manfri ? Allora? Parla!”.
“Io… No…”.
“Allora ?”.
“So… sono io”.
Sono io. Che significa Sono io ?”.
“E’ il diminutivo di Manfredi. Io mi chiamo Manfredi ma chi mi conosce bene mi chiama Manfri”.
“Manfredi…”.
Gino quasi staccò il bottone dall’asola. Gesto scomposto, molto poco N.Y.P.D. O forse, troppo.
“Che nome del cazzo. Che ti dicevo, eh? Questo è un proprio un tipo del cazzo. Un tipo del cazzo che fa un mestiere del cazzo non poteva che avere un nome del cazzo. Manfri… Manfri… Incredibile. Ma vedrai mo, vedrai”.
Gino si girò verso Fabietto: aveva gli occhi talmente spalancati che per un attimo Fabietto fu certo non ci fosse altro sulla sua faccia.
“Passami il coltellaccio”.
“Abbiamo un coltellaccio?”.
“Dentro la scatola, in fondo, da qualche parte”.
Fabietto riconobbe ad un tatto immaginario lo strano arnese che prima i suoi polpastrelli non erano stati in grado di classificare.
S’irrigidì.
“Dài, lasc…”.
“Prendilo, forza, sennò lo prendo io. Guarda che non cambia niente. Fai solo perdere del tempo a me e allunghi l’agonia a ‘sto coglione”.
Fabietto uscì dall’ombra, raggiunse lo scatolone, si piegò e riprese a rovistarci dentro. Toccò quasi subito ferro ma tutto gli sembrò tranne che una metafora. C’era una filatura grossa, là dentro, eseguita con maestria, piena, corporea, altro che metafora.
Estrasse il pezzo.
Pure nella semioscurità la sua presenza era perentoria. Come aveva fatto a mancarlo, dieci minuti prima? L’affare aveva la linea slanciata, il manico ergonomico nero a due sole borchie e la lama triangolare che, a guardarla di tre quarti verso il basso, gli venne subito da paragonarla ad una pinna di squalo metallica rovesciata.
“Oh!”, fece Gino. “Ti muovi? O vuoi farlo tu?”.
Fabietto si alzò piano, barcollò. I cinque-metri-per-cinque gli giravano intorno da tanto, ormai. Consegnò il coltello a Gino tenendolo per l’estremità del manico – tra il pollice e l’indice – come si tiene una lucertola ignorando che quella pur di scappare si mutilerà metà della coda o l’angolo indenne di un fazzoletto caduto in una pozzanghera. Gino brandì l’arma soppesandone quattro, cinque volte la maneggevolezza. Fabietto capì che l’amico faceva sul serio. All’istante il corpo gli si cosparse di un velo uniforme di sudarella. Come niente gli venne anche da vomitare.
Passarono diversi secondi nella più totale immobilità.
Poi accadde.
Gino, sullo slancio con cui s’era sbarazzato di parte del cellophane e delle strisce di plastica dentellate, stava attaccando il primo pollice – con Manfri semi-inebetito, più gualcito del cellophane, fisso ad occhi sgranati sulle sue mani, nemmeno gliene avessero appena montate di nuove – che lo scantinato fu attraversato da uno strano tonfo, lungo, organico, e da un puzzo atroce, languido, pastosissimo.
Retrospettivamente Fabietto lo avrebbe inserito fra le cause che mettono in moto strani deja vu, ma all’attimo il cedimento unanime dei suoi intestini e la grossa colata di cacca che gli stava ricalcando il percorso dell’arteria femorale gli svelarono quell’arcano con cui suo fratello maggiore – secchione infame – come lo chiamava lui, s’era divertito a tormentarlo per anni: “Alla fine”, gli aveva ripetuto dozzine di volte, “a questo mondo tutto si trasforma in merda. Senza eccezioni. Siamo circondati dalla merda e non è un modo di dire. Prima o poi te ne accorgerai persino tu, mezza sega”.
Gino guardò Manfri in preda alla ridarella, i pantaloni fradici ai polpacci. Poi contemplò Fabietto, alabastrino, insaccato in una sorta di estasi diarreosa. Qualcosa non gli tornò, come una scena di raccordo inutile – quelle che lui odiava più di tutte – come un inseguimento fracassone o un intermezzo sentimentale.
Tutta roba che spezza il ritmo, pensò.
Esitò.
L’oggetto argenteo che aveva in mano gli apparve strambo, incongruo. Era un oggetto dal profilo perfetto, quello, filante. Un oggetto affidabile, studiato per eseguire lavori precisi, per dirimere il macello della realtà – di qua l’ordine, di là il casino – non per accrescerlo.
Si disse che era finita.
Si disse questo, e basta.
In un flash vide se stesso sbattere pistola e distintivo sulla scrivania del Capo, mentre quello lo accusava ufficialmente di un numero imprecisato di reati, non risparmiandogli nemmeno la lettura degli addebiti minori.
Addio N.Y.P.D.
“E’ finita”, disse. “Andiamocene”.
“E’ una parola”, sussurrò Fabietto.

***

“Meno male che martedì non avevo svuotato la borsa della palestra”.
Gino guidava tenendo d’occhio la corsia opposta della provinciale. Al centro di un rettilineo lasciò che lo sguardo vagasse alla sua destra.
“La tuta ti sta un po’ lunga ma, come si dice, meglio che niente”.
“Non sapevo che le foglie fossero ottime per pulirsi”, intercalò Fabietto in tono divulgativo.
“Allegro, sei pronto per la vita all’aria aperta, adesso. E ringrazia dio che non c’erano solo rovi a disposizione”.
Fabietto soppesò di sfuggita come se la sarebbe sbrigata se fosse stato costretto ad una permanenza prolungata fuori dalla cosiddetta civiltà. Se – per esempio – avesse avuto sottomano nient’altro che sabbia al posto delle foglie. Apparentò l’attrito dei granelli sulla pelle ai due attacchi d’orticaria che aveva avuto da piccolo e l’ipotesi di vita alternativa evaporò di botto.
“Che ne sarà del dentista?”, disse.
“Appena trovo l’area di servizio giusta mi fermo, così tu vai, chiami la famiglia, distorci la voce tappandoti il naso e dici dove possono venirselo a prendere”.
“E se non troviamo il telefono?”.
“Ottimista, come sempre. Aspetta quindici chilometri, bello, e il palcoscenico sarà tutto per te”.
“Ancora?”, strillò Fabietto, ormai perfettamente recuperato alla modernità. “Col cazzo che chiamo io. Me la sono già fatta sotto mi sembra, porca di quella puttana, e m’avanza. Io ho chiuso coi giochetti, ‘sta malattia dei polizieschi e forse pure con te”.
“Mi è sempre piaciuto il tuo spirito di collaborazione”, biascicò Gino, impostando per un’ultima volta una voce da bassifondi.
“Crepa Gi’ e parla come cristo comanda”.
Gino sbuffò.
“Accendi la radio, va’. Fa’ qualcosa oltre a spaccarmele”.
Fabietto accese la radio. A breve si scosse.
“Senti un po’, si può sapere perché corri a ‘sto modo?”.
“Non sto correndo”.
“No? Continua così e torniamo indietro nel tempo, cosa che, visti gli sviluppi recenti, non mi pare una gran trovata”.
“Divertente. Sul serio. Mi sto contorcendo dalle risate. Quasi quasi stacco le mani dal volante e mi reggo la pancia”.
“Capito. Lasciamo perdere”.
“Ecco. Lascia perdere”.
“Rallenta però”.
“Rompipalle…”.
“Un’altra cosa, genio del crimine. Hai considerato che quello ci ha visto bene in faccia, conosce i nostri nomi e tutto ?”.
Gino guatò fin quando non scomparve dentro l’orizzonte alle sua spalle un macchinone grigio con due uomini a bordo.
“Cos’è, vuoi tornare davvero indietro? E guarda che non parlo del tempo”, disse a bassa voce.
“Non è questo”.
“Cos’è allora ?”.
“Hai capito”.
“Paura?”.
“La paura l’ho finita. Sta tutta dentro i calzoni che ho mollato in quel fosso”.
“Quello è un dentista”, gracidò Gino sbirciando ancora nel retrovisore.
“A parte questo?”.
“I dentisti sono notoriamente dei vigliacchi. E uno che si chiama Manfredi, si è scelto –  o si è lasciato appioppare impunemente, che è peggio – un soprannome come Manfri, oltreché vigliacco è pure una manica di cretino. Siamo in una botte di ferro”.
“Siamo in una botte di merda”, mormorò Fabietto e sbuffò al nulla, scuotendo il capo.
“Che dici?”.
“Niente”.
Nel silenzio che seguì, Gino piazzò gli occhi sulla strada. A Fabietto sembrò che la percentuale dei platani mutilati ai lati della carreggiata, durante la loro assenza che dopotutto era stata breve, fosse lo stesso cresciuta in progressione esponenziale. L’impressione lo avvilì.
“Come stai messo domani?”, disse Fabietto, dopo un po’.
“Male”.
“Trigonometria?”.
“Magari. Greco”.
“Amen”.
Gino fissò l’imbrunire di fronte a sé, fissò il punto dove le linee di fuga si chiudono ad imbuto e i lineamenti per la prima volta in due giorni gli si distesero, svelando l’aria marpiona e un tanto assente dei suoi vent’anni.
“E’ la seconda volta che ripeto il quinto”, buttò lì. “Se non la sfango a ‘sto giro, c’è la fonderia, perdio. Il vecchio me l’ha promessa”.
“Com’era la storia della botte di ferro?”.
Fabietto sghignazzò. Aveva già metabolizzato il piglio sarcastico del fratello, nonché la sua interpretazione del nulla si crea, nulla si distrugge.
“Zitto un po’”, fece Gino.
“Ma che…?”.
“Ascolta”.
Gino allargò il sorriso.
“Allora?”.
“La radio. Senti che roba, senti… Non guardo neanche la tv… perché mi rompo i coglioniiieeaaahhh…”.
Fabietto  scosse più forte il capo.

 

Condividi :