Amarene e Mar Chiquita

I platani erano zeppi di foglie nuove. Bastava guardarli per capire che era ancora possibile resistere: nonostante lo spazio risicato, nonostante le mutilazioni spacciate per potature, nonostante lo sfascio imminente e tutto il pitipin-patapan.
– Resistere – pensò Mimmo. – Lo scopo? – aggiunse, un sopracciglio alzato, la tasca sinistra continuamente ispezionata per colpa di tre, quattro bruscolini decisi a non farsi trovare.
Tutto, insomma, era più o meno perduto, ormai. Per tutti, da anni. Era risaputo. Il disastro era stato pianificato, realizzato e giustificato con una tenacia insospettabile, benché degna di miglior causa.
Nel suo piccolo, anche lui aveva subito delle perdite. Il futuro, a pensarci, somigliava più a una rogna che a una possibilità e consisteva grosso modo in un’ostinazione solitaria spesso fraintesa a cui bisognava pure sottrarre, per dire, il ghiribizzo di mettersi a succhiare una cosa tipo qualche filo d’erba appena tagliato e rimpiazzarlo con dei bruscolini, perché oramai era certo più della morte che un cane del cazzo al trastullo vegetale c’avesse già pisciato sopra.
Vabbè. Ma allora?
Mimmo sputacchiò qualche frammento salato misto a bucce, sorrise e si grattò la gola, mentre col piede sinistro lambiva una chiazza di merda.
– Resistere è un modo per non dagliela vinta – concluse. – Una ripicca –
Magari non una ripicca verde brillante e muscolosa come quella dei platani ma una ripicca. Qualcosa da tenere a mente e opporre agl’andirivieni senza sbocco, ai lavori senza sbocco, alle considerazioni senza sbocco, le solite: troppo cibo, troppi vestiti, troppi gingilli, troppe chiacchiere, troppi coglioni, troppi coglioni che chiacchierano…
Quello che c’era era premere tasti, catalogare e smistare informazioni e dati, moltiplicare la capacità di fare verifiche, confronti, manipolazioni: porre le basi per ulteriori approfondimenti. Fluttuare nel terziario, insomma, se la cui fondamentale vacuità teorica era palese e irredimibile perché intrinseca alla sua natura di mera spinta accessoria all’accumulazione, i guasti umani che comportava cominciavano a venire a galla piano piano ma un giorno sì e l’altro pure in una specie di massa ordinata, tipo fogna che non riesce più a fare filtro e lentamente dilaga in superficie: tutti dipendevano dalle macchine, docili e grati, come si dipende da un polmone d’acciaio. Tutti riconoscevano alle macchine il potere di esprimere giudizi compiuti e insindacabili. Tutti avevano scambiato un abbrutimento sofisticato per la più autentica delle forme di libertà.
Mah.
Eppoi c’era Gigi.
Gigi era l’amicone di Mimmo.
Resistere poteva anche voler significare avere più tempo da passare con Gigi, tempo per fare la cosa che preferivano: costruirsi idee personali ed agire badando a far corrispondere il più possibile l’azione a quelle idee. Traduzione: essere fedeli ma non succubi dei propri pregiudizi, fra parentesi roba molto meno semplice di quello che sembra.
Il resto era quasi niente. Tritume. O era sempre venuto dopo. Perché il resto si può provare a controllarlo. Dandogli il giusto peso, per esempio, o condividendone vantaggi e incognite. Come era successo con Sara.

***

Sara era una mezz’indiana nata per caso in una città con duemilasettecento e passa anni di storia invece che tra canyon e praterie. Era alta e sottile, di gamba lunga, fianchi stretti però morbidi, seno da adolescente, volto leggermente squadrato, un piccolo naso tolteco ma aquilino, spalle da nuotatrice incostante, capelli castani lunghissimi appena mossi e più chiari sulle punte, occhi nocciola attenti, con un che di crudele.
L’avevano conosciuta ad un funerale, uno di quelli con ricevimento accluso, e gli era piaciuta subito – a tutti e due – e non secondariamente perché era stata l’unica che non aveva finto di commuoversi. Braccia conserte e piglio a sfiancare l’orizzonte sbattendo le palpebre il meno possibile, se n’era rimasta in disparte tutto il tempo, atteggiamento che, tra agitati per copione, sarebbe stato da cretini non segnarsi.
Il tizio da inumare – a volerci sprecare due parole – era sempre stato uno stronzo notorio, degno rappresentante di ciò che restava di quella società-delle-professioni, oggigiorno ridotta e dannata a fare soldi in qualsiasi modo, che l’aveva prodotto: quarant’anni o giù di lì, cardiologo, statura bassa, capoccione, faccia unta, sguardo torvo da calamaro, corrispondente anima di calcestruzzo e aria smargiassa da so-tutto-io-perché-ho-fatto-la-grana.
Manco a dirlo non sapeva un cazzo e la grana l’aveva ereditata. E pure come medico pare non fosse poi ‘sto granché, almeno a detta di Gigi che se l’era trovato di fronte in quella veste un paio di volte.
Ad ogni modo, un giorno qualunque, ecco che un colpo se lo porta via.
Fine delle tribolazioni e pianeta Terra mondato di un altro stronzo.
Eppure, restando alla mattina fatale, a giudicare dai contorcimenti, ai presenti – parenti e non – sembrava avessero addirittura sostituito l’aria con la diossina. Manfrine e ovvi doppi fini a parte, cioè, molti parevano in buona fede. Che dire? Non sapendo che provare, adeguavano gesti e contegno alle reazioni che ci si aspetta in un frangente come quello? Presentivano la propria stessa fine? Erano in uno dei tanti stati confusionali a disposizione?
Tutto è possibile.
Sara aveva provato prima con Gigi, poi con Mimmo. Alla fine se n’era andata e non solo in senso metaforico. Una bella mattina di Aprile un tir che trasportava mattoni s’era piazzato fra lei e il suo comprensibile desiderio d’invecchiare, rendendolo di colpo superfluo. Riconoscendo la salma, Gigi e Mimmo avevano visto che Sara non aveva segni addosso, come se, semplicemente, stesse dormendo. Avevano pure notato, a dispetto del rigor mortis – o per un suo perverso andazzo – che un lievissimo sorriso di sfida, tranquillo ma beffardo, ancora le insisteva sul viso.
Tipa in gamba la mezz’indiana. Pure da morta.

***

Imbruniva.
Il guizzo azzurrino dei televisori accesi farciva i tipici giri a vuoto: vecchie in ciabatte e vestaglia che rimpinzano gatti di nome Mimì o Sultano a forza di Gourmet e croccantini limando i due spicci della pensione; ragazze madri con denti precocemente guasti e grossi culi di gelatina dentro vestiti troppo aderenti che bestemmiano scolando cartoni di Diet-Coke; precari a vita che caricano la lavatrice sognando sommosse sanguinarie durante la centrifuga e vittorie da infarto alla lotteria nei tempi lunghi del risciacquo.
Niente di nuovo.
Mimmo accelerò il passo, sgrullando l’interno di entrambe le tasche all’aria. In lontananza, qualcuno starnutiva strepitando, nemmeno l’avessero trafitto a colpi d’arpione. – Non cerchi uno scemo, lo trovi comunque – pensò. Gigi facile fosse in coma sul divano o ancora sotto la doccia. In ogni caso, era in ritardo e sapeva che gliel’avrebbe fatto notare. Succedevano spesso entrambe le cose. A volte era divertente. Altre no.
– Chissenefrega – si disse. – Tutta resistenza – e lanciò un’ultima occhiata ai rami più erti dei platani.

***

“Rempimi il bicchiere”.
Gigi piegò indietro il collo e allungò verso Mimmo la mano che reggeva una sigaretta e una bottiglia di Heineken mezza vuota.
“Tu bevi troppo”, disse.
“E…?”.
“Boh. Niente, credo”.
“Riempi ‘sto bicchiere”.
Gigi versò la birra nel bicchiere di Mimmo: un po’ di schiuma tracimò dal bordo. Di seguito spense la sigaretta, si asciugò le dita sui jeans e si stropicciò un orecchio.
Una larga porzione di luce soffusa delimitava le zone d’influenza del sole al crepuscolo. Ce n’era sul divano su cui stava sdraiato Gigi, in primis. Poi un’ellisse voluminosa, che copriva oltre la metà di un tavolo e due sedie. Le parti più fioche e i riflessi lambivano le gambe di Mimmo, seduto su una poltrona amaranto dai braccioli immensi, e un tappeto liso, spingendosi fino alla parete di fondo occupata da un mobile pieno di libri, atlanti, quadernoni stipati alla come capita e, su uno spicchio di muro libero, da un planisfero fisico.
“Che c’è per cena ?”, borbottò Mimmo dopo cinque secondi di un silenzio talmente completo da sembrare essere lì da sempre.
“Tra mezz’ora chiamo per le pizze”, fece Gigi versandosi la scolatura e sorprendendosi a pensare che forse il frigorifero in soggiorno non ci sarebbe stato male, non fosse stato altro perché avrebbe dato un taglio ai su e giù con la cucina.
“La cena sarebbero due pizze?”.
“Non mangiavi plancton, te?”.
“Non più. Però suonavo la batteria come una macchina da scrivere”.
“Già. Me lo immagino”.
“No. Non puoi”.
“Comunque ne ordino una cinquantina se sei all’ingrasso. E ci sarebbero pure un paio di bocconi di frittata, da qualche parte”.
“Di quando ?”.
“Ieri. Forse”.
“Lasciali dove stanno, ammesso che ci stanno ancora”.
“Sono tuoi. Per sempre”.
“Fai ridere come l’andamento dell’economia americana”.
“Cioè?”.
“Per niente. O troppo. Dipende da come la vedi”.
“Tu come la vedi?”.
Mimmo svuotò il bicchiere.
“L’economia americana o il tuo sarcasmo?”.
Gigi prosciugò la scolatura, accese un’altra sigaretta e istintivamente si portò le mani alle tasche dei jeans.
“Non erano la stessa cosa?”.
“Sta buono che ora ti spiego”.
“E chi si muove”, annuì Gigi in una nuvola di fumo.
“Il più lungo periodo d’espansione dell’economia americana” – Mimmo attaccò senza la minima solennità nella voce – “s’è basato sull’indebitamento. Ed è stato un bel sogno, finché è durato. Considera un periodo compreso tra la fine degli anni ottanta e il duemilauno ante botto delle Torri. Solo che era marcio nel midollo, il sogno. Tenendo il dollaro basso, facendo cioè affluire di continuo liquidità sul mercato agendo sul tasso di sconto, per anni si sono stimolati in maniera artificiosa i consumi, da un lato non creando mai di fatto ricchezza reale e dall’altro spostando sulle generazioni successive il peso dell’indebitamento”.
Gigi trattenne uno sbadiglio con tutte le forze. Provò a concentrarsi assumendo una posizione scomoda.
Mimmo aprì un’altra birra, se ne versò un bicchiere e prese un lungo sorso. Quindi girò la testa, fissò per un attimo la massa di carte che pareva tenere insieme la parete, represse anche lui uno sbadiglio, deglutì e continuò.
“Il sistema ha retto grazie al lavoro ai fianchi di una propaganda che senza requie ha insistito a gonfiare le aspettative – del tutto irrealistiche – sui profitti futuri, e alle manovre forzose sulla moneta che hanno convogliato centinaia di miliardi di dollari verso Wall Street drenandoli dalle economie del resto del pianeta. Risultato: prima dell’undici settembre gli Stati Uniti, la nazione con in mano più o meno il trenta per cento del prodotto interno lordo mondiale, era il paese più indebitato di tutti. Alla fine del duemilauno le famiglie americane avevano un cappio al collo alla cui altra estremità gravava un peso di otto trilioni di dollari, sei dei quali originati dai mutui. Il buffo delle imprese stava all’incirca su sei trilioni. Facendo due conti, sul groppone di ciascun americano, ricco o povero che fosse, vecchio o in fasce, c’era – e c’è ancora – un passivo di centoquindicimila dollari. Nello specifico: ad agosto duemilauno la produzione industriale stava sotto del quattro virgola due per cento rispetto all’anno precedente; l’occupazione era in calo secondo tutti gl’indicatori; gl’investimenti ad alta tecnologia segnavano il passo di un buon cinque per cento a confronto con le stime del terzo trimestre dell’anno prima; i profitti delle imprese erano in rosso del dodici per cento. Quello che impediva un’erosione vistosa della ricchezza del paese era il settore edilizio e immobiliare – ma ormai era ora anche per quello – e il livello dei consumi che calava ma teneva. Insomma, nel periodo compreso tra il crollo della Borsa del duemila e lo scempio del World Trade Center, chi ha potuto speculare – per lo più i pezzi grossi – lo ha fatto. Gli altri, gl’illusi come noi, zucche vuote che si contano a milioni, ne sono usciti con le ossa rotte. Anzi, anche peggio, se ci metti i mutui che hanno sottoscritto e che buona parte di loro non riesce più a pagare”.
Mimmo sospirò e con un movimento morbidissimo si grattò il mento punteggiato di barba trascurata.
“Per farla breve”, riprese, e si sentiva che il tono era conclusivo, “una volta quello che volevamo erano quattro o cinque cose, cose semplici, cretine quanto ti pare ma chiare, con dei limiti precisi e capaci di stare in piedi da sole. Adesso tutti vogliono tutto. Anzi, pensano che gli spetti, che lo meritino. A parte che quando vuoi tutto, tutto perde consistenza, il fatto è che nessuno merita un tubo se pensa che gli spetti. Morale: prima eravamo cretini ma almeno sospettando di esserlo quelli più svegli tra noi si regolavano. Ora siamo tutti padrieterni, cioè cretini e basta”.
“A stringere mi hai dato del cretino”, disse Gigi sempre più sprofondato nel divano.
“In generale, non a stringere”.
“Ho deciso: fai ridere meno di me. Quindi è meglio che chiudi la bocca”.
“Sennò?”.
“Sennò ti rimetto sulla carta geografica ma in un posto ancora più di merda di questo”.
“Più di merda di questo? Impossibile”.
“Fidati”.
“Voglio proprio vedere come fai, comunque”.
“Non ti conviene”.
“Produce qualcos’altro oltre alle chiacchiere la tua grossa testa di cazzo?”.
“Prega di non scoprirlo mai”.
“Altre chiacchiere”.
“Fanculo”.
“Chiacchiere”.
“Ci credo che Sara t’ha mollato. Sei divertente come un cesso intasato”.
“Ha mollato prima te”.
“Fanculo”.
“Mira, stronzo”.
Mimmo scattò dalla poltrona, si piazzò davanti al divano a gambe flesse e appioppò un destro in faccia a Gigi – dall’alto verso il basso – tipo stesse affondando il colpo di grazia nel collo di un toro. Gigi rimbalzò all’indietro: il rinculo delle molle gli proiettò il tronco sul pavimento, mentre le gambe cercarono ancora il sostegno dello schienale. Per una manciata di secondi Gigi rimase immobile, con gli occhi chiusi, uguale uno in meditazione o la vittima di un abbiocco istantaneo. Poi si passò una mano sulla faccia, strizzò un occhio e si lanciò su Mimmo.
Cominciarono i rotolamenti, gli strattoni. E ginocchiate, gomitate, sganassoni, perlopiù a casaccio. Alla fine si separarono per rifiatare.
Cosastavano facendo?
Niente, probabilmente.
O forse decomprimevano.
Qualcosa di fisiologico, ad ogni modo. Come la chiusura di un ciclo, il deflusso di una piena. Qualcosa che ormai non era più incanalabile altrimenti. Un’insofferenza sorda, un rancore impreciso ma indistruttibile.
Mimmo era sdraiato e guardava il soffitto tossicchiando. La maglietta nera gli era uscita dai calzoni e da uno squarcio s’intravedeva la pelle bianca di un fianco. Aveva pure perso una scarpa. Gigi stava seduto all’angolo del tappeto, la schiena poggiata alla poltrona. Di quando in quando tirava su col naso e strofinava un’asola della camicia celeste a cui erano saltati quasi tutti i bottoni. Prolungò, così, un’aria ostinata, nonostante lo zigomo destro fosse già bello gonfio, rosso e lucido come una mela annurca: occhi a fessura e sguardo lontano, somigliava allo stesso tempo ad uno studioso di storia antica che è riuscito finalmente a mettere insieme i tasselli di un mistero remoto e terribile e a un semideficiente soprappensiero. A rilento uscì dal torpore, fece quattro passi gattoni verso Mimmo e gli assestò un sinistro allo stomaco e un destro in fronte. Sullo slancio tentò di doppiare il sinistro ma perse l’equilibrio e si stampò faccia avanti sul pavimento.
Rifiatarono ancora.
Comunque, adesso anche Mimmo aveva la sua ferita: una specie di passata di grattugia da cui il sangue gocciolava al rallentatore.
Silenzio e fiacca si presero un altro minuto ciascuno.
Gigi fu il primo ad abbozzare una reazione. Torse di un tanto la schiena ma fu tutto. Mimmo, mezzo accartocciato, stringeva la gamba di una sedia.
“Cazzo che fame”, dissero assieme, di colpo.
“Chiamo il pizzettaro”, rantolò Gigi.
“E la birra?”.
“Ce l’ho la birra”.
“Una giusta”.
“Come la vuoi la pizza?”.
“Amarene e Mar Chiquita. E una wonder tortilla”.
“Wonder tortilla? Le fanno ancora?”.
“Eccome”.
“La voglio anch’io”.
“Ti pareva”.
“Occupati del casino, adesso. Ripulisci e apparecchia. Già che ci sei, fai passare un po’ d’aria: puzza di stronzate qua dentro”.
“Fatti la serva e già che ci sei pagala bene”.
“Datti da fare”.
“Nemmeno Sara rompeva a ‘sto modo”.
“Forte la mezz’indiana. Per me aveva sangue Ojibway da qualche parte”.
“Se era indiana era dei Corvi”.
“Ojibway”.
“Corvi. Passami le sigarette”.
“Tiè”.
Gigi lanciò il pacchetto con l’accendino dentro sulla testa di Mimmo. A ruota disse: “Resta sempre il mistero di come abbia fatto a mettersi con un coglione del tuo calibro”.
“Si vede che, mollato te, ne aveva proprio abbastanza di coglioni”.
Mimmo sfilò una sigaretta, una guancia, il naso e tutte le dita imbrattate di sangue. Nel mentre trillò il telefono. Trillò undici volte. Mimmo canticchio: “Magari è lei”.
“Sara è morta un anno e mezzo fa”, fece Gigi apprestandosi a rispondere. Al ricevitore disse solo “No” e riattaccò. Quindi si voltò verso il centro della stanza.
“Ah già”, disse Mimmo. E, come avesse rimesso a fuoco i termini della questione: “Dovremmo farli fuori tutti”.
“Chi?”.
“Tutti”.
“Cazzo dici?”.
“Da chi comanda la baracca in giù”.
Per arrivare?”.
“A noi”.
“Si vede che stai a stomaco vuoto. Dopo cena ti rispacco la faccia”, sospirò Gigi.
“Augh”.

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