Andiamo a mangiare, che è meglio.

Gigi era immobile e fissava il nulla. Dopo un po’ si scosse, scese dal carrello elevatore e si diresse verso la banchina di carico laterale, quella che dava su un paio di altri capannoni e oltre sull’aperta campagna. A passo lento si palpò i fianchi. L’osso sacro e mezza spina dorsale gli pulsavano per la mattina passata sul seggiolino metallico imbottito per modo di dire, ma non riusciva a stabilire in che punto. Poi estrasse dalla tasca centrale della salopette un pacchetto di Camel, ci rovistò e lo rimise via, senza dare esito ad una voglia che era sparita così come era venuta. Superata la serranda di ferro semiaperta accostò una mano alla fronte e scrutò in lontananza. Fuori era tutto fermo, non c’era vento e il sole era più che tiepido, nonostante l’estate fosse andata da un pezzo. Sembrava uno scenario lasciato lì a ripetersi perché non ne erano rimasti altri con cui sostituirlo. Trovò Mimmo poggiato ad una pila di cartoni da imballaggio. Se ne stava vicino ad uno dei pali arrugginiti che reggeva la parte più esterna di una tettoia di lamiera, avanzo invecchiato di ristrutturazioni precedenti, figlie a loro volta di chissà quali miraggi industriali. Diverse formiche di quelle grosse gli facevano un grumo nero in movimento dietro al piede sinistro puntato per terra: certe erano già in cerca di un appiglio per arrampicarglisi sulle Lotto bianche, grigie e blu a pianta larga. Gigi sfilò dal polso un elastico verde – del genere piatto, molto resistente – lo tese e mirò: avrebbe spappolato gl’insetti e fatto schizzare per aria l’amico. Uno scherzo, un modo per farsela passare, dare la scossa a tutta quella flemma. Lasciò perdere, però. Per la prima volta la cosa gli apparve più insensata che cretina. Come fuori luogo o inadeguata. Forse era che a guardare Mimmo di schiena – spalle esili e un filo spioventi, gambe lunghe dentro jeans insaccati alla caviglia – per una manciata di secondi aveva rivisto sé stesso, qualche anno in meno addosso e il ventaglio delle promesse ancora aperto davanti. Forse non era il caso di aggiungere distruzione a distruzione.

***

La GramaMed s.r.l. stoccava medicinali e, in piccole quantità, rasoi usa e getta, spazzolini, spugne, che poi smerciava tra ospedali, case di cura, supermercati e discount di buona parte del centro-sud. Diverse volte Gigi aveva imballato materiale persino per le Isole ma aveva smesso presto. Contrariamente alle stranezze di stagione, il tramonto di quelle attività era stato repentino e all’origine di troppe conseguenze per passare più o meno inosservato. Il volume degli affari era crollato di colpo e uno dopo l’altro i clienti erano spariti. Un po’ come il giochetto con le tessere del domino, meno il gusto che si prova a farle cadere. Il fallimento, in altre parole. Mimmo era uno dei magazzinieri addetti agli ordini per le farmacie e i grossisti della cinta metropolitana. Salutava sempre per primo ma non parlava granché. Molti, va a sapere a che titolo, avevano attribuito i suoi silenzi alla morte recente della madre, fatto che era diventato di dominio pubblico dopo che s’era assentato per tre giorni senza preavviso.”E Malinverni?”, aveva gracchiato una di quelle mattine al momento della timbratura dei cartellini Franchino, detto Boccia, il capo-magazziniere, un tronco d’uomo di due metri per cento e passa chili, testone calvo – modello lampadina-da-cento – grinta da ragazzino crudele e mani straordinariamente piccole. “Boh?”, era stata la risposta unanime, tranne che di Paco, il cileno, che s’era stretto nelle spalle, la faccia, manco a dirlo, di pietra. In realtà Mimmo aveva gli occhi allegri e una specie d’aroma fresco a fluttuargli intorno, tipo benedizione: come conoscesse solo lui la vera pozione magica per mollare e ogni giorno ne mandasse giù una sorsata all’insaputa e, perché no?, alla faccia di tutti. Lo stesso, a Gigi, quel modo svagato di fare, una specie di strafottenza involontaria, era piaciuto subito. Stava su Mimmo meglio di un cappotto su misura, di un’altra pelle. E si vedeva. Niente pose, cioè, nessuna necessità di calcare i toni. L’esatto contrario di quanto lui col tempo avesse preso a starci sempre peggio dentro i suoi, di vestiti, un misto di due soli tessuti, diffidenza e pessimismo. Inutile, allora, la mossa dello scherzo. A freddo, poi. Non sarebbe stata che una forzatura – un’altra – in una vita che cominciava a contarne già parecchie. Così riappiattì l’elastico sul polso e si fece avanti.

***

“Chiuso l’inventario?”, disse Mimmo girando la testa.

“Quasi”.

“Ultimi calcoli”.

“Già”.

Gigi inarcò un po’ la schiena e sbadigliò.

“E poi?”.

“Come stai a conoscenze?”.

“Male. Tu?”.

“Peggio”.

“Siamo a posto, allora”.

“Io avrei usato un’altra espressione ma prima di pranzo te la risparmio. Che pensi di fare, comunque?”.

“Il poco che ancora vale la pena”.

“Cioè?”.

“È un segreto”.

“Parliamone”.

“No. Parlandone da poco diventerebbe niente”.

“Ah, ecco”.

Gigi puntò il capannone più vicino, quindi i campi. Intorno continuava ad essere tranquillo e già da un po’, nel silenzio, l’aria aveva preso una dolcezza greve, come a ribadire che l’unica cosa sensata da fare era lasciare andare tutto e darsi pace.

“Come l’ha chiusa, di sopra, Sgrava, l’ex grande capo ?”. Mimmo stiracchiò un braccio.

“Ha detto che i giochi sono finiti, che tra un po’ si chiude bottega ma che noi ce la caveremo perché siamo davvero in gamba”.

“Questo ha detto ?”.

“A linee molto grandi e piuttosto contorte”.

“Qualcosa a mezzo tra mettere le mani avanti e una ruffianata tardiva, insomma”.

“Se la vuoi complicare”.

“Storia vecchia, ad ogni modo”.

“Ripetersi è già una faticaccia per uno con quel grugno. Pensa che era talmente preso nella parte che a un certo punto gli è sfuggita una riga di bava”.

“Quello venuto su dal niente…”.

Mimmo riaccostò il braccio al fianco.

“Già. Solo che deve essersene allontanato davvero poco, talmente poco da tornarci a tutta velocità e con noi dietro, nel risucchio dello scarico”.

“Comunque non è così inguardabile, bava a parte. In fondo è un bonaccione”.

Mimmo sorrise ad un niente tutto suo.

“Forse, e parecchio in fondo. Ma dipende pure da come sei fatto di stomaco. Io, tra l’arrivo del ragazzino e tutte le rogne, me lo ritrovo da buttare, il mio, tanto mi fa male. Un male del cazzo. Anzi, se possibile, di più”.

“A proposito, Livia sta bene ? Adesso è al…”.

“Quinto mese”.

“Come l’ha presa?”.

Gigi sbuffò.

“Tu che dici?”.

“Dimmelo tu”.

“Beh, a essere sincero, non glien’ho ancora parlato ma quando andiamo in giro già guarda le panchine in un altro modo”.

“Le donne hanno il sesto senso”.

“Anche il settimo, se è per questo. Da quando è incinta è più concentrata e precisa di un orologiaio. Non le sfugge niente. Fa addirittura le parole crociate a mente”.

“Forte”.

Mimmo diede una scrollatina alle scarpe. Le formiche che ormai s’erano issate rimbalzarono per terra ma più come stupite che contuse. Poi cercò una posizione comoda che gli permettesse di avere Gigi di fronte. Fece quindi un quarto di giro su sé stesso, puntò le spalle sui cartoni, infilò le mani in tasca e incrociò le gambe mezzo metro abbondante oltre la verticale, chiudendo il lato lungo di un triangolo immaginario. Non appena ristabilizzò i piedi, le formiche tornarono a farsi sotto. Le guardò strizzando un occhio.

“Vacci piano”, stava dicendo Gigi, una mano a grattarsi la punta del cranio, l’altra a reprimere un rutto. “Ci sono momenti che vorrebbe leggersi un libro, vedere un film, sferruzzare, farsi una pizza e impastare una torta: tutto assieme. Il mondo intero montato a neve. Cristo, nemmeno Giobbe la reggerebbe. Dieci giorni fa sono stato a un niente dal tirarle uno sganassone o dal farle un giochetto di quelli sporchi”.

Mimmo fantasticò qualche istante sulla parola giochetto. Dopo si distrasse.

“La cosa ha i suoi lati buoni”, disse poi, quasi tra sé, lo sguardo di nuovo fisso all’orizzonte.

“Dato che è così sveglia capirà al volo la situazione”.

“Quale situazione?”.

“Il nostro immediato e probabilmente lungo futuro da disoccupati”.

“Non c’è niente da capire”.

“Capirà lo stesso”.

Suonò la sirena. Gigi squadrò l’orologio: l’una precisa.

“La sai una cosa?”, disse.

“Cosa?”.

“Non m’ero mai sentito tanto uguale alla roba ammucchiata qui dentro”.

A metà frase, Gigi aveva sollevato i pollici e li aveva fatti oscillare all’indietro verso il magazzino. Mimmo allargò un sorriso e si tirò su. Le formiche scivolarono dai lacci sulla para e da lì sull’impiantito di calcestruzzo, disperdendosi. “Tu sei un privilegiato”, mormorò dopo un po’, sempre alla sua maniera fra il serio e il distaccato. “Pensa alle formiche che sgobbano tutto il giorno e non si fermano mai. Loro mica ce l’hanno la pausa pranzo… Dai, andiamo a mangiare, che è meglio”.

A Gigi scappò una smorfia di sarcasmo.

“Tu sei toccato”, sospirò a ruota. “Toccato forte. Pensa se mi esce il figlio come te”.

Mimmo alzò due volte di seguito le sopracciglia, tipo Willie il Coyote prima d’imbarcarsi in un altro dei suoi casini. Gigi ridacchiò, quindi affondò le mani nei tasconi della salopette e disse: “Ndiamo, va”. Si alzò un refolo di vento, mentre in direzione della città si andavano accumulando un paio di quei nuvoloni innocui così simili alla panna. Il tepore del sole resisteva. Quando si avviarono nella penombra, come niente Mimmo cominciò a tirare destri di sfottò alla schiena di Gigi, intervallando i colpi ad agili saltelli avanti e indietro. Pareva perfino più rilassato e lontano del solito. Gigi lì per lì abbozzò. Poi gli venne in mente il viso di Livia insieme a qualcos’altro, e sorrise a denti stretti. Prima di chiudere gli occhi per il riverbero accennò un paio di passi, caricando largo il sinistro.

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