Berlusconi e lo spettacolo integrato

La ricomparsa emotiva e politica del Cavaliere nella scena mediatica assomiglia un po’ a un lancio di Totti in età avanzata o al rovescio di Federer in allungo, ma senza alcuna poesia. Induce un po’ alla dolcezza, tuttavia, una capacità oratoria qua e là persuasiva, ancora banale, rappresa nello stucco epidermico con cui rivendica, a tratti, una giovinezza mascherata dalla plastica, o meno, un potere intellettuale buttato al vento. Credere a un dottore, poi, e non a un magistrato, sembra più complesso quando la diagnosi afferma che per esercitare un qualsiasi potere va bene anche un letto d’ospedale. Allora ecco che, quando lo stato vegetale progredisce, l’ombra del Cavaliere sorge nuovamente alla luce per fermare chiunque voglia staccare la spina. Prima della malattia esiste invece lo schermo e l’affermazione del linguaggio, per trasmettere un valore alla democrazia e attestare tecnologicamente la condizione antropologica e sociale nella quale viviamo, quella dell’estensione. E poi esiste Silvio Berlusconi, che nell’estensione ha costruito un’immagine tanto forte e un linguaggio tanto ridicolo da alimentare la stessa malattia che oggi vuole sconfiggere. La parola Italiani echeggia col significante trash par excellence, ovvero quello che rimanda alla percentuale della maggioranza, quando l’unica maggioranza appurabile sembra quella rappresentata dal nemico politico, che non è un immigrato. A riparo da tale contraddizione l’astensionismo diventa la reazione naturale allo spettacolo, quello che lei, Sig. Presidente, ha praticato linguisticamente e linguisticamente pratica ancora. L’evoluzione post-ideologica che vuole ostacolare non è che un Movimento figlio dell’anti-Berlusconismo del quale è autore ingenuo e non solo vittima sacrificale, e che non ha fatto altro che raccogliere quel malcontento terra terra con la stessa integrazione comunicativa del quale lei ha fatto abuso, lo spettacolo. In questo modo ha accompagnato la crisi economica e strutturale del Paese mescolandola a quella del linguaggio, che seppur abbia in sé un dato epistemologico, ovvero «lo spettacolo integrato», conferma quanto l’unico nemico che lo spettacolo non riesca a governare metta radice nello spettacolo stesso, poiché la ricerca del consenso non è mai difficile quanto la soluzione del problema. È chiaro quindi che lei della politica non è stato più di un grande show-man e intrattenitore, e che la volontà dei nemici l’abbia sminuita e ridicolizzata proprio attraverso lo spettacolo, rivolto sistematicamente contro e ricalcato su diverse forme perché lei non aveva più tempo né la faccia per recitare. La parte che ha interpretato è simbolo di quel linguaggio che ha visto l’immagine e la cretineria di massa diventare acquisizioni normalizzate dal mezzo tecnologico, e che quindi l’ha resa un fantastico precursore oltreché un modello determinante. Ma la verità, Sig. Presidente, è che lei non è servito a niente. Ha fallito politicamente e linguisticamente, dando spazio e risalto all’Italia peggiore nelle cause e negli effetti, e mentre svolazzava fra la giustizia e la vita privata non s’accorgeva che non era un reato nè un rituale sacro a non sussistere, ma la democrazia. Adesso parla a nome dei suoi traguardi personali, vuole riprendersi l’onore come un nonno che ha fatto la guerra e ha paura che qualcuno lo dimentichi, ma l’eternità è una cosa diversa e la sfera affettiva dei nostri ricordi tratterrà solamente un dettaglio per l’imprenditore e l’ammirabile sognatore qual è stato, per la simpatia infantile che non l’ha mai elevata e per un altro meme da inventare. Nonostante le elezioni e le sentenze, doveva capire già da molto tempo che non aveva affatto bisogno della grazia dei magistrati o del consenso del popolo, ma del coraggio di un dottore. In questa vita morire non è solamente l’arrivo ma soprattutto un’interruzione, e la spina non è altro che la metafora di quello che potrebbe accadere e non accade mai. Lo sa meglio di noi, quante volte ha costruito la propria fortuna sulla cenere degli altri e su quella di sè stesso, quante volte è resuscitato dal letto quando la davano già per morto. Vuoi che un giorno non accada per sempre…

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