Birdman – The unexpected virtue of ignorance

“We don’t belong in this shithole”

Il peccato capitale del nostro secolo è – senza dubbio – la vanità. É in questa costante tensione – tra ciò che si è considerati e ciò che, intimamente, ci si auspica di essere – che possiamo incorniciare Riggan Thomson (Michael Keaton), cinquantacinque anni, attore in declino, ex-movie star del blockbuster Birdman.

“What do we talk about when we talk about love?”, questo il titolo dello spettacolo che Riggan – sempre in bilico tra l’artista e lo schizoide, in dimensioni psicologiche che convivono senza tagli nel film – mette in scena a Broadway, in quella che sembra la last call della sua carriera, la chiave di volta che rivelerà – una volta per tutte – se è o meno il grande attore che crede di essere.

Un film che fluisce attraverso un piano-sequenza simulato (superato è – ormai – il maestro Hitchcock nel celeberrimo “Rope”) di quasi due ore, nel quale la scenografia naturale, naturalmente evocativa, di Broadway è parte fondamentale della diegesi: personaggio aggiunto che accompagna l’evoluzione – e la degenerazione – del protagonista e le frustrazioni e debolezze di Sam (Emma Stone), figlia e delusa icona della generazione anni ’90, e di Mike Shiner (un Edward Norton sempre uguale a sé stesso ma forse mai tanto efficace), attore nell’attore, il vero reggisseur dello spettacolo di Riggan e, psicologicamente, speculare al protagonista.

“I don’t pretend. Not out there. Just about every place else, but never out there.”

La macchina da presa si muove fino alla fine, dunque, senza mai scavalcare definitivamente il confine tra follia e raziocinio, senza mai svelare la maschera ormai fusa sul volto dei personaggi, in uno spaccato meta-teatrale e meta-cinematografico specchio della psicologia del nostro secolo.

“You’re doing this because you’re scared to death, like the rest of us, that you don’t matter. And you know what? You’re right. You don’t. It’s not important. You’re not important. Get used to it.”

Il film, in uscita in Italia il 5 febbraio 2015, è un piccolo regalo di Alejandro González Iñárritu, uno che – biografia alla mano – non ha mai avuto paura di chiedere alla vita il posto che gli spetta – indubbiamente – dietro la telecamera.

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