Caffè e sigaretta: Kartoffen

Agli occhi degli improvvisati critici d’arte – mestiere per il quale a quanto pare basta, a sentire il web, un normalissimo senso comune – fa scandalo la recente operazione che ha visto venduto il Ritratto di patata di Kevin Abosch per la cifra monstre di un milione di euro. Le reazioni, sull’onda della rincorsa alla viralità, hanno seguito il costante climax che accompagna tutti gli avvenimenti sociali a cui è associato un senso di scandalo (timido nei fatti, esagerato nell’apparire) scatenando una reazione a catena di articoli sdegnati, strilloni da bacheca, pettegolezzi spocchiosi e opinioni che – nelle forme così somiglianti a quelle sul calcio, come se fosse possibile parlar d’arte con lo sguardo enfatico del tifoso – non hanno fatto attendere il loro uniforme pollice verso.

É ormai uno schema sociale, che è possibile inserire all’interno di precise tabelle sociologiche: sembra che l’avventore del web non aspetti che la bruttura, che l’ultimo orrore, per dichiararsi finalmente estraneo da esso, per rassicurare la sua posizione dall’altra parte dell’immoralità, e più lo scandalo sembra grave, più l’utente si accende nei toni, più ha bisogno di rimarcare la distanza tra il noi e il loro, quei fantomatici quanto sconosciuti potenti che sembrano impegnati a trasformare il mondo in latrina. Così accade che il mercato della provocazione, questo bazaar di installazioni, scherzi, pastiche quasi dada, che si è appropriato, mettendosi la coccarda, dell’etichetta di arte, continui a produrre queste piccole bombe a mano (non a caso kartoffen – patata in tedesco – voleva dire granata nel piccolo mondo linguistico della trincea) nel caos dell’opinione pubblica al fine di agitarla, come a picchiare con una verga un alveare di vespe.

Così basta un milione di euro, piazzato secondo un’acuta operazione di mercato rivelatasi più che mai di successo, per mettere sulla bocca di tutti un Ritratto di patata su sfondo low-key, illuminato da una luce frontale bianca con contrasti rembrandt, con un timido controluce sul lato sinistro ad evidenziare il barbuto contorno e i rimasugli di terra sulla superficie a creare contrasti tonali. Una piccola, brutta patata, che non avrebbe avuto alcun valore se nessuno – in modo totalmente arbitrario – glielo avesse affibbiato.

Ma dopo l’operazione è ormai chiaro che, quando i critici e gli storici di una società futura guarderanno verso di noi e vorranno carpire i nostri tratti distintivi, i nostri costumi, la nostra cultura e la nostra società, nello scavare negli archivi digitali alla ricerca delle testimonianze più significative, si troveranno davanti agli occhi una patata da un milione di dollari: il riassunto perfetto del livello di mercificazione che la società del mercato libero ha operato nei confronti della realtà, gettando le sue brutture, le sue sghignazzanti provocazioni, come pastura sullo specchio dell’acqua a cui i pesci, imperterriti, continuano ad abboccare.

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