Caffè e sigaretta: sulla presunzione

preṡunzióne (ant. o pop. proṡunzióne) s. f. [dal lat. praesumptio -onis, der. di praesumĕre «presumere», part. pass. praesumptus].

Capita molto spesso, sostenendo vigorosamente una tesi, di essere tacciati di presunzione. Questa caratteristica, all’apparenza immorale, ha di per se più di un significato specifico, ovvero:

1. Argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati.

2. Fiducia eccessiva nelle proprie capacità, alta ed esagerata opinione di sé, con riferimento a un comportamento particolare e determinato

(dal Treccani, ndr.)

Sul punto uno, si rimanda direttamente all’etimologia latina e al concetto di deduzione ed opinione: nulla di più innocente. Sul punto due invece è necessario fermarsi a riflettere, non tanto per realizzare che la presunzione non è assolutamente immorale né sbagliata, ma quanto per non cadere in un mostruoso paradosso.

Avere fiducia eccessiva nelle proprie capacità, infatti, significa essere convinti che ciò che si dice sia vero. In assenza di questa condizione, però, è logicamente piuttosto inutile parlare. Chi esprime opinioni senza essere convinto che siano vere sostanzialmente afferma di dire cose che sono false. Se vogliamo andare oltre, possiamo dire senza troppa cautela (grandi filosofi hanno parlato per noi) che tutto ciò che è parola è intrinsecamente errore, così come tutto ciò che azione. In questa ottica, se la presunzione è di per sé vacua e senza significato, lo è anche l’umiltà. É solo una forma, rischiosa tanto quanto la sua opposta, di condividere dei pensieri. L’intelligenza sta nel coglierla non come atteggiamento immorale, quanto come atteggiamento peculiare, come una forma di diversità e come tale, meritevole di tolleranza e forse anche di curiosità.

POSTILLA CONTINGENTE

É bene stare attenti anche a non cadere nei circoli viziosi del giudizio: all’interno di un panorama come quello di un social network, dove avvengono connessioni con persone anche molto lontane o tendenzialmente sconosciute, spesso la persona che si giudica da un post o da un link non la si conosce effettivamente, ergo, per formulare il giudizio “tal dei tali è un presuntuoso” è necessaria una dose massiccia di presunzione, la quale aderisce sia alla definizione 1 (induzione più o meno sicura) sia alla definizione 2 (esagerata opinione di sé) poiché se si parte dall’assunto che il destinatario del giudizio è sconosciuto, qualsiasi giudizio sarà presuntuoso di per sé, perciò per arrivare a pronunciarlo bisogna avere un’alta opinione di sé o un’idea morale forte. Ergo essere uguali all’imputato di presunzione.

Siamo tutti dei disperati. Non è meglio abbracciarsi? (O spararsi?)

Approfondire:

1. significato di Assertività

2. leggere più volte avanti e dietro Nietzsche

3. scopate

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3 Comments

  • Passante
    August 26, 2015 at 4:28 pm 

    “Chi esprime opinioni senza essere convinto che siano vere sostanzialmente afferma di dire cose che sono false” però è una frase che si affida alla logica classica, che vede il non-vero come necessariamente falso e il non-falso come necessariamente vero.
    Personalmente la trovo una visione un po’ manichea: preferisco (ed è chiaramente solo la mia prospettiva) la “plausibilità”, epistemicamente intesa. Difficilmente si può dire di conoscere tutte le premesse del proprio ragionamento, poiché potrebbe sempre saltar fuori, durante il discorso, un nuovo fatto che faccia crollare la propria argomentazione. E che si fa allora? La si modifica. Ma non tanto hegelianamente come tesi-antitesi-sintesi, quanto piuttosto in una compenetrazione dinamica fra punti di vista, ciascuno più o meno plausibile a seconda dei casi (valutare le argomentazioni richederebbe un articolo a parte).
    A parte questo, mi trovo comunque pienamente d’accordo con l’autore sul fatto che “giudicare”, lanciare una saetta verso qualcuno attraverso Facebook, Twitter o simili sulla base di un commento o un articolo pubblicato sia piuttosto affrettato. Trovo che l’approccio “a domanda” (“Perché pensi questo? Perché sei/non sei d’accordo?”) sia più fruttifero dell’approccio “a risposta” (“Idiota! Che scemenze! Ignorante!”).

    • Andrea Gatopoulos
      August 26, 2015 at 8:00 pm 

      Ti ringrazio per il piacevole commento: la logica classica non aiuta a comprendere a fondo, ma aiuta, a volte, a ragionare. Da qui la voglia di concludere con un punto interrogativo una serie di pensieri molto leggeri.

  • Passante
    August 26, 2015 at 4:31 pm 

    P.S. “Postilla contingente” è un titolo delizioso.

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