Caffè e sigaretta: Trivelle e marionette

Nei fatti non esiste nulla di democratico: ciò che comunemente viene chiamato democrazia non è che il sistema più facile e sereno di sedare le masse. I totalitarismi del ventesimo secolo non avevano capito che il controllo sulla popolazione non avviene togliendo essa la libertà, ma al contrario, conferendole in tutto e per tutto un sistema che teoricamente le dà il diritto di esprimersi ma che non le permette di disporre dei mezzi logici e culturali per gestire questa libertà. In questa condizione, la massa sente di poter esprimere il proprio parere e tramite lo sfogo elettorale seda finalmente la possibilità della rivolta o dell’insubordinazione: diventa meno probabile o comunque molto più difficile l’inserirsi di un nuovo potere all’interno degli schemi preesistenti. La situazione italiana – situazione totalitaria de facto dai tempi di De Gasperi – dimostra come in questo paese in particolare, complici gli americani e l’americanismo, l’imbarbarimento del mercato culturale, l’intrattenimento di massa, il kitsch, il pop e tutte le conseguenze di quel linguaggio politico performativo in grado di creare significati dal nulla e di demolire il valore etimologico e storico delle parole, la democrazia sia diventata lo strumento perfetto per garantire al nuovo totalitarismo – quello dei capitali – il controllo sui movimenti delle masse. Oggi l’italiano è un uomo diminuito, che nega l’importanza della sua storia e della sua tradizione sacra, che non approfondisce l’utilizzo della sua lingua e ne sconfessa l’uso esatto e specifico, che vive di feticci consumisti e di ambizioni televisive o da web-star, che non si chiede il significato delle esperienze estetiche a cui è sottoposto (musica, grafica, packaging, pubblicità, ritmi tv) e che crede che reagire, oggi, significhi professare quel progressismo moralista di sinistra che si batte per le cause universali di pace, uguaglianza, etica e diritti fondamentali. Egli non sa che, muovendosi in modo così prevedibile, perde inevitabilmente la sua identità politica, la sua capacità di opinione, il suo ruolo nel panorama culturale che – di rimbalzo – continua a fornirgliene uno prestampato, per sconfessare il pericolo della coscienza individuale. Non è materia di complottismo, questa: non si riferisce ad un soggetto in particolare, potente sopra tutti, in grado di dominare le masse, ma piuttosto ad un super-soggetto storico, ad una trama chiaramente leggibile, una tela di ragno che – di comune accordo, nell’obiettivo condiviso di avere un mondo dove non esista nulla di imprevedibile – tutti continuiamo a tessere senza remore. Credere che i grandi sistemi economici – come per esempio quello dell’energia – abbiano la minima intenzione di lasciar decidere la gente su un qualsiasi aspetto regolamentare, è un’assurdità di per certo: è più giusto dire che oggi, grazie alla democrazia, non appena si palesa la possibilità di efficentare un sistema economico cambiando anche una regola che può far contenta la gente, allora si da la possibilità al popolo di credersi artefice del cambiamento. Ma nella realtà oltre il burattinaggio di massa il referendum del 17 aprile non è che un’ulteriore palestra per osservare, al netto della produzione di opinioni dei giornali, dello star system, delle personalità televisive e politiche e dei web-influencer, i comportamenti delle masse italiane di fronte all’illusione della scelta democratica: non è che una guida in più, un’ulteriore favore a chi volesse individuare e produrre un qualsiasi nuovo feticcio da comprare per cui, a schiena bassa, avanti e dietro, perderemo il tempo della vita a lavorare, nell’illusione edonista e materialista di una vita di raggiungimenti, asettica e confortevole. Il progresso è nient’altro che questo.

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6 Comments

  • Davide
    April 17, 2016 at 12:43 pm 

    Il fatto è che, seppure ammettiamo che sia un uomo diminuito, lo è solo verso una supposta “essenza” dell’uomo e non di certo rispetto alla sua storia. L’italiano condivide la sua sorte per lo più con gli altri occidentali: il passaggio dalle società agricole alle società di massa liberal-democratiche non ha implicato nessuna educazione critica (nel senso di educazione che aiuta a prendere coscienza di sé). Ma in questo nessuna differenza con il passato: nelle vecchie società non c’era consapevolezza di sé ma – esattamente come oggi – sottomissione ai sistemi di soggettivazione.

    Al vecchio italiano delle società agricole non importava proprio un bel nulla delle tradizioni sacre: ci era dentro e le subiva, come oggi noi siamo dentro le istituzioni liberal-democratiche e le subiamo.

    Allora uno a questo punto punto può cullarsi in un atteggiamento reazionario, constatare che i più sono stolti (per natura?): allora tanto meglio il passato perché almeno quello era autentico, con i veri valori e ora è tutta un’apocalisse. Oppure sperare in un progresso critico, credere che l’educazione aiuti a prendere consapevolezza di sé, ad agire e a scegliere.

    • Andrea Gatopoulos
      April 17, 2016 at 2:09 pm 

      Sono d’accordo, ma ritengo fondamentale una differenza: seppure il contadino subiva la cultura del sacro (anche se la praticava in modo quasi pagano) conservava una cosa che oggi è mutata considerevolmente, ovvero la sua identità di uomo e persona (linguistica, culturale, culinaria, pratica, empirica e via dicendo). Il problema dell’educazione critica è che non può essere massificata, ma deve essere individuale e diversificata affinché gli individui possano formarsi e ricombinarsi in modo unico e non standardizzato. Questo non è possibile, nell’attuale sistema.

  • Un passante
    April 24, 2016 at 6:58 pm 

    Non avrei saputo scrivere di meglio.

    • Andrea Gatopoulos
      April 27, 2016 at 6:35 pm 

      La ringrazio!

  • Toto
    April 25, 2016 at 2:25 pm 

    Non fa una piega

    • Andrea Gatopoulos
      April 27, 2016 at 6:35 pm 

      Grazie molte!

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