Cortocircuiti dell’euristica: il potere che sfrutta i bias cognitivi

Tornata al centro del dibattito pubblico e privato – dai circoli sportivi alla bocciofila, dal bar di paese alla tradizionale tavola famigliare nella quale si consuma, a bocca aperta, l’italianissimo rito di pane, pasta e televisione – oggi la politica salta rumorosamente agli occhi del nostro quotidiano sotto forma di sollecitazione martellante e subliminale, come a dover cercare ora e subito una soluzione logica e assertiva a tutti i quesiti e i problemi, a tutte le disgrazie e alle complicazioni del grande Moloch concettuale che è oggi lo Stato.

Percepito come un coacervo di contraddizioni figlie di una vessazione pluridecennale – quasi il sito di atterraggio di una meteora, ove tutto ciò che rimane appare come il residuo di un indiscutibile disastro e non come un punto di arrivo tendenzialmente necessario di un lungo compromesso sociale – mai come in questi mesi del nuovo governo l’Italiano – o meglio, ciò che ne rimane, culturalmente e sociologicamente parlando – si è sentito coinvolto e spinto a doversi esprimere sui discorsi più disparati che riguardano, anche solo marginalmente, la collettività. Segno, questo, che la partecipazione politica delle masse, baluardo ideologico novecentesco, soprattutto di una certa sinistra, ha subito un ribaltamento da diritto a dovere, rivelando l’inconsistenza dei suoi presupposti.

Con la disgregazione compiuta su ogni tipo di autorità, avvenuta mediante la creazione di nuovi archetipi percettivi di certe categorie – dal giornalista “schierato” che scrive per foraggiare un potere oscuro, all’intellettuale “radical chic” che si nutre della propria vanità, al medico “pagato” dalle lobby farmaceutiche e tutte le aberrazioni cognitive restanti – assistiamo a un livellamento verso il basso della preesistente opinione pubblica, che poneva in essere un parere se (e solo se) pronunciato da chi si occupava di un determinato settore (enunciati “qualitativamente veri”), sostituendolo con un panorama alterato dove a imporsi fossero opinioni “quantitativamente vere”, ovvero quelle più immediatamente comprensibili e condivisibili dalla maggioranza. Ciò che a una prima impressione sembra rispondere a un principio democratico nasconde in realtà un tranello facilmente intuibile quando poi i discorsi entrano a far parte di ambiti che richiedono un livello di specializzazione a cui la collettività non ha accesso.

Il principio di questo fenomeno capillare e olistico della cultura – quella che si è definita “la grande crisi dell’autorità” – non è da ricercarsi nelle intenzioni di qualche forza occulta – come verrebbe naturale credere se a parlare fosse la pancia complottista naturalmente insita nell’istinto di conservazione di una bestia che non conosce i contenuti dell’oscurità – ma in una trasformazione operata dalla “Tecnica” che ha avuto i natali con l’inaugurazione dei Social Network, spazi di realtà virtuale che hanno creato un livello ulteriore della piramide di Maslow, farcito di bisogni irrefrenabili e coatti come, appunto, quello di dover per forza dire qualcosa.

Venendo però a mancare l’imputato – il non-umano resta non-imputabile e Facebook, ahimé, non può essere citato in giudizio né rispondere dei suoi algoritmi – e non potendo demonizzare uno strumento potenzialmente grandioso per la storia umana proprio perché lo strumento nasce neutro e neutrale –  abusus non tolit usum – , la puntualizzazione viene naturale: la degenerazione culturale e sociale ulteriore scaturita dai social network è la conseguenza di chi ne ha compreso la scienza e, in definitiva, li governa e li sfrutta.

L’impellenza a esprimersi su questioni di natura così diversificata – dalle scienze alla politica, dall’educazione allo spettacolo, dalla moda alla musica e così fino ad includere più o meno tutto ciò che tange anche minimamente la propria sfera di interessi – sembrerebbe ancora una volta un elemento positivo dell’uomo contemporaneo, se non fosse che presupporrebbe un insieme di competenze che il pronunciante non riuscirebbe mai ad accumulare, neanche fosse dotato di particolare intelligenza o attitudine verso lo studio e la cultura. Nell’affrontare quesiti in maniera approssimativa, spinto da un bisogno collettivo e incontrollabile, il cervello di chi si esprime agisce, nella maggior parte dei casi, in condizioni di forte incertezza o comunque di insufficienza di basi e limitatezza di risorse individuali. La psicologia cognitiva ha appurato che, quando ciò accade, l’intelligenza umana si “protegge”, adottando dei processi mentali non razionali ma intuitivi, delle scorciatoie che hanno come scopo ultimo quello di garantire ed esercitare il diritto ad agire e manifestarsi nel modo più immediatamente disponibile.

Questi procedimenti mentali, che è possibile riunire sotto l’etichetta di procedimenti euristici servono, biologicamente, a risolvere problemi complessi e inspiegabili affinché sia garantita la sopravvivenza dell’individuo. Essi esistono e sono radicati nell’agire dell’Homo Sapiens da sempre costituendo un presupposto fondamentale per lo sviluppo delle sue abilità. Rispetto ad un ambiente naturale – nel caso della società contemporanea, uno dei numerosi contesti virtuali a cui si fa riferimento – l’euristica riesce a produrre giudizi di senso elaborando una somma delle proprie esperienze e degli stimoli immediatamente disponibili, utilizzando meccanismi associativi, probabilistici e sensoriali.

Il problema di questo tipo di incedere mentale nei confronti di un problema complesso è che esso è fortemente vulnerabile alle condizioni psico-sociologiche in cui il soggetto è immerso: proveniendo da un certo istinto più che da un’evoluzione logico-razionale tende infatti a essere influenzato da fattori totalmente estranei all’oggetto analizzato come lo stato d’animo, la condizione socio-economica, l’influenza dei media, le opinioni di chi ci circonda e la forza e l’assertività con cui vengono pronunciate. Tutti fattori che determinano una inclinazione psicologica che altera il normale processo razionale e produce una risposta in cui l’arbitrio del singolo è molto debole. Questo atteggiamento, che diventa poi a tutti gli effetti un’inclinazione, in psicologia viene chiamata bias cognitivo e non fa che creare in continuazione delle alterazioni nella percezione della realtà sia prima di esprimersi sia dopo essersi espressi – dovendo poi difendere la propria posizione per non dover tornare al problema di partenza di doverla prendere – e, come suggerisce il termine, fa sì che le nostre affermazioni propendano spontaneamente verso una certa direzione prima ancora che ci si rifletta sopra. In parole povere, un procedimento euristico è un salvagente che l’utente utilizza quando, di fronte al dovere di esprimersi su fatti che non ha la capacità di comprendere – non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza di preparazione – non ha altri strumenti per poter affrontare l’argomento e finalmente manifestare la propria opinione e placare l’ansia di non averla precedentemente espressa. È per questo motivo che le risposte più popolari e/o populiste a numerosi quesiti posti in essere dai fatti di cronaca si assomigliano così tanto: esse non sono che trasformazioni di un istinto basso e privo di raziocinio, che ci accomuna tutti.

L’utilizzo massiccio di procedimenti euristici – la quale scientificità non ci è dato approfondire, dato che esistono numerosi testi in commercio che ne parlerebbero comunque in maniera più dettagliata – è un dato ormai culturale all’interno della realtà virtuale ed è anche, al contempo, ciò che rende più vulnerabili le fondamenta della democrazia, ovvero il libero arbitrio dei singoli individui.  

Ciò che la politica contemporanea ha compreso, affrontando la questione del potere in maniera scientifica, con gli strumenti delle scienze sociologiche, psicologiche e politiche messi a disposizione dai dati accumulati dai social network – si veda il caso Cambridge Analytica ndr. – è che è proprio attraverso lo sfruttamento di certi bias cognitivi che si può creare una percezione del mondo completamente diversa dalla realtà dei fatti, o quantomeno inclinata in una certa maniera tale da assicurare che una certa parte della politica sia percepita dalla parte del bene e, inevitabilmente, l’altra sia percepita dalla parte del male.

Al di là della presenza nelle piazze, del discorso su uno o più grandi temi, al di là della scelta di una strategia di comunicazione – dall’immagine ai colori utilizzati, agli slogan e ai loghi fino ad arrivare alla scelta dei candidati – la politica della post-verità, l’unica in grado di vincere e di perpetrare il proprio potere e ruolo all’interno della contemporaneità si preoccupa di creare bias cognitivi di massa in modo da poter operare e influenzare la collettività facendole percepire una versione della realtà molto più semplice e accessibile, in cui i problemi sono ben individuabili e su cui è possibile esprimersi attraverso processi euristici istintivi e violenti, per poi identificarsi con la soluzione a tali problemi posti in essere.

Quello che la propaganda nazista faceva durante il regime attraverso la monopolizzazione dei primi ambienti virtuali, cioè radio e giornali – vedasi i capitoli sulla propaganda del Mein Kampf, vademecum ancora attuale per sobillare le masse – va oggi operato anche su Internet e sui programmi televisivi, attraverso la messa in atto di strategie spettacolistiche atte a distorcere la percezione della realtà creando bias cognitivi.

Si può fare un esempio pratico: le teorie del complotto risultano particolarmente efficaci in questi ambiti, poiché innanzitutto trattano di argomenti il cui approfondimento richiede un tempo inaccettabile come l’economia bancaria o l’immunologia. Diffusesi in un panorama culturale indebolito dal livellamento verso il basso che, spontaneamente, è stato prodotto dai processi euristici della collettività di fronte alla mole incontrollabile di informazioni ricevute attraverso i nuovi media, hanno posto in essere una seconda lettura del fenomeno – ad es. le falsità sui danni dei vaccini o il complotto mondiale dei banchieri ai danni dei cittadini – creando una situazione in cui tra le due versioni proposte alla massa (i vaccini sono dannosi, i vaccini non sono dannosi) quella falsa è più semplice da supportare con delle prove credibili, anche se fittizie, trovando un riscontro positivo a un processo mentale di tipo euristico. Una volta che un certo numero di persone si ritrova concorde su quella prima, istintiva posizione, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione essa si cementifica e si storicizza, creando un bias cognitivo molto difficile da sradicare, essendo altamente improbabile che la collettività abbia tempo, voglia e competenze per comprendere le ragioni della smentita.

Alla luce di quanto detto appare piuttosto chiaro come sia possibile che, negli ultimi cinque anni, durante spudorate e impossibili campagne elettorali farcite di promesse quantomeno fantascientifiche, i politici di tutti gli schieramenti – chi meglio, chi peggio, a seconda dello staff di comunicazione che ha accompagnato le strategie del partito –  abbiano potuto mentire così spudoratamente al proprio popolo, senza subire ripercussioni decisive o smentite efficaci. Questo atteggiamento politico è frutto di un calcolo scientifico ben ponderato, che pone sulla bilancia le diverse classi sociali divise per interessi e attitudini culturali e, attraverso le statistiche, elabora una comunicazione che ha un unico target: la maggioranza. La scelta dei temi, delle proposte in tutti gli ambiti, dei candidati, dell’affiliazione religiosa o meno, non rispecchia più l’aderenza a una certa ideologia ma lo strumento tecnico scientifico per conquistare una fetta di mercato del voto, come si fa con un qualsiasi prodotto del marketing contemporaneo. Così come un imprenditore, prima di lanciare un prodotto in un determinato contesto, studia il comportamento degli utenti e dei consumatori per capire se e come esso possa inserirsi in mezzo a ciò che è già disponibile, il politico di oggi sceglie e tratta i grandi temi semplicemente studiando precedentemente l’opinione pubblica e assecondando la percentuale più cospicua. Dopo aver fatto ciò, attraverso la creazione di bias cognitivi ad hoc tramite i media – articoli di giornale martellanti e ripetitivi con un unico punto di vista su un fenomeno, trasmissioni televisive finanziate in cui si conosce in anticipo la direzione che prenderanno i contenuti e gli eventuali ospiti, pagine facebook create appositamente per foraggiare una certa atmosfera nei riguardi del tema, centinaia e migliaia di profili fake per condividere a macchia d’olio le notizie e gonfiarne i numeri del consenso – lo staff di comunicazione prepara il terreno fertile affinché, attraverso una reazione euristica collettiva, si possa convincere la restante percentuale necessaria a vincere, a cambiare idea e a propendere per la versione dei fatti della quale si rappresenta la soluzione.

In definitiva, è scorretto e anche ingenuo pensare che i politici mentano per disonestà. Ancor più ingenuo è pensare che siano stupidi, impreparati, che non si accorgano dei propri errori, delle eventuali smentite alle proprie bugie o dell’irrealizzabilità delle proprie promesse. Nella politica contemporanea la verità è considerata come appannaggio di una percentuale minoritaria degli aventi diritto al voto: tutti gli altri, o quasi, possono essere portati a credere a una nuova verità, più semplice e accessibile, chiara e definitiva alla luce di un processo euristico. Il tutto si conclude in cabina di voto, a conti già fatti.

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