Due smorfie della stessa espressione

È tanto antica quanto fortunatamente attuale, oltreché sempre presente sulla nostra pelle – diventando, alla fine, un tratto inconfondibile della nostra impronta –, la tragica nonché meravigliosa voglia di sapere che, sentita/vissuta come dovere-illusione-necessità, ed essendo l’attrice protagonista della propria evoluzione – da natura intrinseca ad amore verso un completo sposato logicamente con il suo contrario – ci contraddistingue in tutto e per tutto creandosi e ricreandosi in noi a mo’ di replay cinematografico sempre diverso. “Cinema”, questo, che è sinonimo di una realtà-sostrato la cui ricerca d’autore ne modella il tempo e le parti, la trama con la coscienza, e che s’affianca e si mischia a quel vero/non vero umano di tutti i giorni che, nonostante l’intermezzo e lo spettacolo, conta sulle dita della sua mano monca solamente due messe in scena: l’inizio e la fine; velando e lasciando quindi ogni resto come residuo indecifrabile, prova deleteria, spiraglio non trovato e verità nascosta, firma esistenziale ed errore, overdose morale ed amorale e tutti quegli scorrimenti finali soffocati che potremmo chiamare i titoli di coda di una vita che non rivedremo mai. Viviamo per sapere? O cerchiamo di sapere per vivere? Crepiamo ignoranti, bestie erudite? Finti saggi, corrotti sapienti? Da un lato, di sicuro, c’è che la Cultura con la C maiuscola, quella che si assimila e che influenza quanto sconvolge, che crea una dipendenza sottile e assume un ruolo sconfinato e sconfinante, simbolo di una pesantezza che viaggia in trascendenza ed è l’ossimoro di sé stessa nel suo essere insieme equilibrio, purezza e contaminazione, quella Cultura è un’arma che non molti conoscono e una cicatrice che non tutti sanno, possono portare. In preda a quest’Arte epidermica, con la A sotto la lente d’ingrandimento, mangiati e scavati dalla curiosità, a volte come giocati, traviati dalla vanagloria, la legge che ci conduce è una voce che esclama e si auto-ripete: “adoro tutto quello che non so”. Una sintesi incantevole di un controsenso idilliaco, seppur a braccetto col dramma, fatto di paura appagata e sospeso in quel “vogliamo ciò che non sappiamo” che sregola i sensi e li accompagna ad ogni implosione interiore, e che sia delirio, creatività, studio od ispirazione non cambia mai la storia di questo puzzle e missione d’infinita ricerca di Sapientia. Dall’altro lato, invece, ci siamo noi nella forma più nuda e primordiale che possa esistere. C’è l’accettazione che questo puzzle non è altro che un gioco a finire interminabile, forse inutile, un’utopia deliziosa che rimarrà tale e che, proprio come noi, morirà incompleto. L’accettazione che non siamo libri né disegni magnifici o pellicole premiate, tantomeno dei capolavori, e che al massimo possiamo assomigliarci o idolatrarli con tutti i pericoli del caso. “Clair, logique, organisé” dice dolendosi Anna Karina in “Pierrot le Fou” di Jean Luc Godard – regista dalle sceneggiature così poetiche/mozzafiato che non sono mai abbastanza – riguardo alla vita e a come dovrebbe essere, appunto, uguale ai romanzi, nell’impossibilità. Considerando che pure il nome che abbiamo è un’invenzione, e che ogni rapporto sembra essere fondato su una sorta di terrore d’apparire patetici che ne è sia linguaggio che alienazione, su una vanità cangiante e bipolare che balla a piedi scalzi sulla graticola, speriamo malissimo nel vederci nel riflesso di un pozzo che ci guarda dal basso, dove rifratto risplende quello che non troviamo e che vogliamo sapere. Di fronte a questi due lati dallo stesso volto, occhi negli occhi, dagli angoli stretti e inconciliabili, a questo fiume che scorre dentro il flusso di un altro fiume, al contempo calma, esondazione e vuoto, e di fronte, soprattutto, a questo sacrissimo Sapere o presunto tale, il dilemma del cos’è la vita in tutte le sue forme è un interrogativo che, sulla lingua di chi se lo pone, ci finisce quasi eternamente da solo. Dopotutto, sarebbe più giusto chiederselo e rimanere in silenzio.

 

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