Finché morte non vi separi

Era molto che non riflettevo sulla locuzione in titolo, doveva essere passato qualche anno. In qualche modo la mia vita – venticinque anni, aspirante autore di romanzi, nato a Roma e tutta un’altra serie di chissenefotte – mi aveva distratto dal pensare seriamente alla semantica della frase. Quale morte?
Tornai a pensarci una sera a Castrovillari, quando fui accolto in un grazioso bed&breakfast di una coppia di sessantenni, il giorno prima di una conferenza sul “destino della letteratura” (cioè la morte, sarebbe bastato un cartello). Spesso mi chiedevo se in Italia la formula bed&breakfast avrebbe funzionato con un nome italiano: negli ultimi trent’anni, da Berlusconi in poi, tutte le novità della nostra nazione avevano ereditato il nome straniero, l’unico modo per far accettare la diversità all’italiano sembrava cambiare lingua. La sola cosa che era rimasta in italiano era il digitale terrestre, ma chi se ne fotteva del digitale terrestre? Nessuno, se queste attività avessero preso il nome di letto&colazione sarebbero fallite una dopo l’altra… I due osti della graziosa villetta, per arrotondare, avevano messo a disposizione tre camere del piano superiore della loro casa, arredata in modo piuttosto asettico e anonimo per dare un’idea di pulito e di comfort, i due bisogni primari della modernità. Un qualsiasi avventore avrebbe sopportato la pasta scotta, ma non un grumo di polvere: le tre stelle su Tripadvisor erano assicurate. Erano due tipi orrendamente normali, quindi ovviamente molto gentili, carini, disponibili, educati. Che tutto ciò fosse una maschera non c’era alcun dubbio, anche perché li stavo pagando. Parlando seriamente, cosa non è una maschera?

In ogni caso uno sguardo strano, un vigore sopito, dormiva sotto gli occhi di lui, sotto l’occhialetto tartarugato. Aveva ancora qualche capello, una forma fisica comunque non decadente, magra, e la pelle non presentava ancora quelle orrende macchie che ti avvertono del fatto che è tutto finito: insomma, sembrava non aver utilizzato affatto il suo corpo, sembrava averlo conservato in qualche modo, centellinando le sue risorse. Lei invece era finita già da un pezzo: i capelli tinti, le forme ormai calate, secche, le sembianze di un alberello, morto. I due tipi sembravano molto inclini alla conversazione, erano sposati da trent’anni e ci tennero subito a precisare che avevano una libreria, che amavano leggere (come ti viene in mente di amare una cosa del genere?), che lei era una professoressa di inglese in pensione. Odiavo le professoresse di inglese, forse perché non ne avevo mai incontrata una in centinaia di ore di inglese a scuola. In ogni caso da quell’introduzione non ci si poteva aspettare che un assortimento di libri prevedibile: erano i perfetti destinatari del mercato letterario radical chic, che in Italia doveva costituire la buona maggioranza di tutte le entrate. Un mercato destinato a quelli che pensano e ci tengono a dire che la cultura è importante, ma che in realtà stavano soltanto cercando di rielaborare in termini acculturati la primordiale frase degli ingenui: il bene trionferà. Sul primo ripiano, in bella vista, in una posizione proprio privilegiata, sfavillava la multicolore monografia di Erri De Luca, un vero paladino: uno stronzo. Lo sguardo andò subito alla caccia della naturale conseguenza di quell’acquisto, infatti spuntò Osho. Un’edizione meridiani di Hemingway, invece, in una libreria del genere doveva essere un regalo. Insomma, quell’assortimento umano faceva sfilare in me un esercito di pregiudizi. Erano di certo miei, ma non tutti gli uomini suscitavano in me questa reazione, quindi un margine di colpa stava anche negli altri.
Me ne andai a dormire dopo aver deposto tutte le speranze in un assortimento critico di letture. Ecco, non ci sarebbero stati mai margini di conversazione lucida con i gentilissimi signori, come mi capitava spesso con le persone gentili in generale. In ogni caso tutti i miei amici erano dei perfetti antipatici, dei reietti, dei pezzi di merda. Ero contento così.

Mi svegliai presto: tutto sembrava rapito da una stasi subacquea, quell’atmosfera mista tra coma e inferno che precede il caffé. Il dolore di essere rimessi al mondo. La vista si appannava ed io mi sentivo di gomma, molleggiato. Insomma era mattina. Durante la colazione, Fiorindo (così si chiamava il marito di Lea) venne da me con una teiera di ceramica: vuoi del tè? si. anzi no, grazie, prenderò del caffé. te lo preparo subito! grazie. e di che, vuoi la marmellata? no. Lo osservai andare avanti e dietro, con una lentezza da manichino… avvitare la moka con un vigore cadaverico… poi spostando la testa sull’asse osservai Lea sistemare in modo ordinato e geometrico i Savoiardi… e gli Oro Saiwa nel paniere. Io invece mi ero svegliato con un’erezione mattutina e non avevo avuto nessunissima voglia di masturbarmi in un posto così ordinato. Ponendo tutte quelle pietanze sul tavolo, i due pensavano davvero che volessi del comfort o una qualunque possibilità di scegliere: invece non vedevo l’ora di fare la stessa cosa di tutti i giorni, cioè caffé… biscotti… e una cazzo di sigaretta… che non avevo: fumate? no mi dispiace, sai com’è, ci teniamo alla salute VAFFANCULO (no, questa non l’ho detta…ma se la meritavano…). In ogni caso, avere voglia di fare qualcosa in ordine, avere una qualsiasi voglia apollinea al mattino, mi sembrava una cosa dal mio canto vagamente impossibile: mi chiedevo come facessero a sistemare una cosa qualsiasi ordine.

Guardai Fiorindo avvicinarsi a me, con la moka fumante, il sorriso stampato sui denti: sembrava che dovesse per forza darmi il benvenuto ogni volta che incrociavamo lo sguardo, invece io ero già arrivato, mi ero già ambientato e mi ero già rotto le palle, volevo solo che mi servisse il caffè il più discretamente possibile. Cosa nascondeva quell’uomo sulle soglie della vecchiaia? Ma soprattutto, cosa lo univa alla moglie, e cosa univa la moglie a lui? Erano cristiani?

Mi venne in mente che il segreto del matrimonio di quella coppia, trent’anni di serenità, poteva sostanzialmente essere l’assenza di sesso. Con la testa vagamente alla conferenza, pensai che tutte le donne che vivono il mito del matrimonio “finché morte non vi separi” dovrebbero sapere che forse solo gli uomini con problemi di erezione possono essere buoni compagni dopo i quarant’anni. E adesso chi glielo dice?

Sorseggiare un caffé calabrese, in ogni caso, è un rito della primavera. Il sapore di quella combinazione, così sagacemente combinata, misto ad un non so cosa di genetico – perché sono convinto che le mani che toccano una pentola, o una moka, o una padella, ne modificano assolutamente il sapore – non ha l’effetto di riportarti al naturale ritmo frenetico occidentale, cosa che si chiede normalmente alla caffeina, ma di restituirti come un filtro magico una dorata serenità. É un momento magico, che ti permette di conversare anche con Lea, con la sua postura da pino silvestre, e persino di accettare il fatto che pensi che Miles Davis fosse un sensazionale sassofonista.
Dopo un secondo sorso di caffé, smisi di sentirmi gettato al mondo come uno straccio imbevuto di piscio: alla realtà fu restituita una vivida saturazione. Rividi la loro libreria, rividi Erri De Luca, Osho, rividi gruppi di animalisti sorridenti, rividi Greenpeace, le balene spiaggiate, i diritti degli omosessuali e pensai: lo stronzo sono io.

Sempre con i piedi perpendicolari al centro della terra al momento del passo, camminai fuori dalla villa, mi diressi verso la conferenza. Pensai a quanto fosse pesante e pedante la mole dei miei giudizi negativi sulle persone: ero circondato da miliardi di deficienti come me che però non la pensavano come me. Che dolore la società! Ci doveva pur essere un modo per andarci d’accordo senza rimanere in silenzio, dicendo comunque ciò che pensavo. O no?

Fiorindo e Lea facevano un buonissimo caffè. Io, invece, non ero capace. Ecco la differenza. Torniamo a noi.

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