Fronte del porno: Ava Addams

Soavemente a riparo dalle contraddizioni del principio di piacere, volteggia inesausta ma sempre leggiadra –
nonostante rotondità inesorabili e pressoché sempre al lavoro – Ava Addams, super wonder woman del porno: eroina negletta (o sarebbe meglio dire sotterranea) di svariati milioni di frames a luci cremisi. Già l’anagrafe fittizia – a pensarci, tra i più banali birignao del cosiddetto cinema di serie A (la creatura nasce, altresì, come Alexis Roy, a fine anni ’70, da genitori francesi trapiantati negli USA) – cortocircuito a suo modo simbolico tra fraintendimenti, ammicchi – e chissà – illusioni infrante, richiama alla memoria (oltrechè ai sensi) scampoli di un immaginario cinematografico al tempo tipicamente americano, di grande impatto popolare e di una non comune quanto bizzarra malìa. Se, di fatto, il nome della Nostra Impavida non può che scontrarsi fin quasi a sovrapporsi a quello di un’altra divina, la Gardner – donna totale “di un intero secolo”, Ellroy docet – femmina di bellezza contundente e dagli appetiti non meno variegati sebbene, come da cronache, spesso tumultuosi, ecco che il patronimico Addams rincorre e tenta di riprodurre, non senza alcune curiosità fisiognomiche – l’ovale allungato, i lunghissimi capelli livrea di corvo, un certo aplomb distante – addirittura fascinazioni adolescenziali legate alla frequentazione (si suppone televisiva) dell’omonima famiglia di-nero-vestita risalente agli anni ’30, strambo e ironico coacervo d’innocuo gusto-del-macabro calato entro dinamiche parentali simili assai al mènage quotidiano di certa middle class alle prese con le più ovvie consuetudini/scelleratezze dell’american way of life: le tensioni moglie/marito, i problemi di crescita di una prole difficile, le spassose follie dell’anziano di casa, et. Tutto in chiave pacatamente dissacratoria e lucidamente anacronistica.

Nell’ipertrofia selvaggia, nei parossismi di forme e colori del porno, Ava Addams cala (è il caso di dirlo e con tutto ciò che ne segue), al tempo, con l’esuberanza fisica della pin-up da fusoliera di B-29 (labbra sottili, piccolo naso impertinente, chioma da Medusa di soap-opera pomeridiana, occhi scuri e curiosi: complessione fondamentalmente asciutta su cui spiccano seni ubertosi più o meno intatti e gambe tornite in genere issate su tacchi/trampoli di centimetratura indefinita) e la sufficienza ammodo dell’attivista “per la salvaguardia del granchio violinista” (“o delle mammole”), nonchè di quella delle famose/famigerate commesse-dei-negozi-del-centro, riuscendo spesso a provocare uno scarto – minimo quanto si vuole ma tant’è – un grumo d’imprevedibilità nel forsennato meccanismo idraulico del sesso a gettone. Scarto che è propriamente e completamente questa sorta di assente naturalezza da modernissima sfinge che scimmiotta la seduzione ben oltre il grottesco e sempre con un sorriso furbo sulle labbra; offre per intero il proprio catalogo di delizie come se sul serio non ci fosse altro da desiderare al mondo ed esso solo bastasse ad imporgli una tregua duratura; incarna e recita il piacere sul binario singolo dell’illusione per cui esso rima sempre con soddisfazione (demenziale e spassoso il suo arrovesciare lo sguardo negl’istanti di godimento incontrollabile: pantomima che richiama certe maliziose promesse di fantasmagorici deliqui, per palesi motivi solo accennati, quindi doppiamente erotici, di un’altra allusiva sexy girl come Betty Boop), ben al di qua, nella sua linearità ludico-ginnica dal ghetto (o, a seconda dei punti di vista, suprema liberazione) del porno più brutale od estremo.

In tal senso, i ruoli – stereotipatissimi ma essenziali nelle fantasie porno – e gli ambienti – perlopiù, nella loro trasfigurazione dovuta all’usura della ripetizione, oramai improbabili: dalle eterne camere da letto e docce, ai proverbiali backyards ingombri di utensili da giardinaggio, tinozze con cumuli di biancheria da lavare e cassette da carpentiere-meccanico-elettricista; per tacere di soggiorni sempre indecisi tra l’opulenza che certifica il raggiungimento di un certo status nella graduatoria sociale – leggi: del denaro – e un minimalismo che occhieggia a sedicenti più raffinati modi d’intendere le relazioni, a consapevolezze squisite tali da impreziosire eventualmente anche la monotonia borghese del sesso – sembrano per un attimo sfuggire, sotto l’egida svagatamente prepotente della Addams, al rigido determinismo che li vuole sempre e solo meri simulacri e sfondi, griglie di contenimento per un tritacarne a cui non deve sfuggire il più irriflesso dei rantoli, e caricarsi di un’intenzione in egual misura futile ma rilassante, morbidamente vacua ma non aggressiva, competitiva ma non perentoria, sempre passibile, cioè, di un teorico grado zero dell’indulgenza, entro cui anche il sesso prova a sganciarsi dalla zavorra delle sue mille implicazioni per tornare ad essere un gioco, nè più nè meno insensato di tanti altri (a tal proposito risultano persino astratti certi filmati, molto spesso di breve durata, nella gran parte dei casi montati a casaccio con inquadrature insistite o sgangheratamente endoscopiche, in cui Ava “non fa nulla”, se non esserci-mostrandosi ad un occhio che non ha la minima idea di come leggerla che non sia la reiterazione passiva dell’evidenza della sua venustà). Sfilano, allora, per dire, sempre le stesse mogli insoddisfatte; le stesse tiranniche erinni da ufficio; le stesse solerti ma disinibite questuanti del porta-a-porta e le stesse madri premurose che svezzano assieme figlie e rispettivi fidanzati. E sfilano nei soliti salotti con divani ampi un ettaro; nei soliti finti uffici/recinti d’ingrasso tre-metri-per-tre; sull’uscio delle solite porte di legno a vetri; dentro le solite camere da teenager in odore di college… Eppure la presenza/consistenza quasi assorta di Ava – di certo, a questo punto, campionessa di abnegazione ma, soprattutto, inopinata latrice di una qual enigmatica impenetrabilità – finisce per avere successo, a tratti, nel restituire ai predetti ruoli e ai predetti ambienti parte della loro plausibilità, primo passo sulla strada dell’approssimazione del mistero del Cinema al mistero del vero.

Tanto che il suo immancabile uscire dalla pugna otto volte su dieci con quello che potrebbe essere ricondotto ad un generico appagamento, getta una luce clemente anche sulle prestazioni schiavili dei suoi innumerevoli partner, officianti privilegiati ma casuali di un rito pagano di cui lei sola è in grado di far funzionare l’intima chiave-attrezzi surdimensionati senza storia per volti senza storia e sforzi degni di miglior causa (tranne, forse, nel caso, tra i pochi, del crudele James Deen: vedere, per credere, la sua interpretazione in “The Canyons” di Schrader) – quasi alla fine compensati della loro funzione marginale di macchine condannate alla resistenza da un ingranaggio che esaspera il dubbio circa l’impossibilità di equilibrare la già non ben tarata bilancia lavoro/piacere.

Unica tra le Semiramidi ipotetiche di una modernità dissanguata dai suoi stessi spettri – fra cui il sesso non è che il più vistoso – la Addams dispensa e rinnova, allora, ai suoi (quanti ?) sudditi, per una manciata di byte, la suggestione più stupida e più appetitosa, più infantile e più esigente: quella di una accessibilità gentile e senza apparenti controindicazioni. Detto così, sembra il Paradiso, sebbene artefatto (quindi, paradossalmente, persino, sul serio, al di là del reale). O forse, più mestamente, è solo uno dei tanti, vecchi Inferni secreti dal nichilismo incompleto di una morente ex-Civiltà.

TFK

(http://icinemaniaci.blogspot.it/)

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