I piccioni

Esterno giorno, panchina. (Vizio di forma di chi lavora nel cinema)

– come comincia questa riflessione (immaginatela rigorosamente in voice-over: cliché):

“Quando Saint-Saëns compose la sua Danse Macabre, pareva avvertire nell’aria la vibrazione mortifera, l’odore carognoso dell’imminente nascita della borghesia: si direbbe che sciamò dalle fogne alle prime luci dei lampioni, come i ratti di Camus, come se avere a disposizione la notte dovesse necessariamente significare mondanità, e mondanità dovesse necessariamente significare vanità prima di tutto, e accentramento, e conformismo, e tutta quella piccola serie di degenerazioni che nel corso di un secolo – eccoci qua – avrebbero traghettato l’intero occidente alle soglie dell’uniformità totale.[…] ” Ovviamente riscritto in parvenza letteraria – i pensieri paiono avere un’organizzazione uber-linguistica – la letteratura contemporanea finalmente ci ha concesso la libertà di scrivere un po’ come cazzo ci pare se non sappiamo scrivere sul serio: che i dinosauri storcano il naso.

– perché la location:

dove aspetti se la tua donna è entrata in chiesa a celebrare la messa, e tu non hai alcun problema con il fatto che lei lo faccia ma devi, in effetti, aspettare che finisca? Andate tutti in pace.

Voice – over:

“[…] D’altronde è impossibile essere lucidi sopra i trentacinque gradi, i negri lo dimostrano. Ma i loro bonghi e le loro danze sono più saggi delle nostre biblioteche e la nostra lucidità non è che un vizio che puzza di carcassa: stava tutto qua il mio razzismo al contrario, un auto-razzismo, una contraddizione in toto.”

– colonna sonora:

1.un frinire di cicale, decisamente assordante ma stranamente poco fastidioso, che inizia e termina all’unisono con una coordinazione impressionante dopo svariati minuti. Ignoto il direttore d’orchestra.

2.lo scampanare delle dodici, che non risponde a nessun concetto di armonia ma produce un suono di piombo vagamente apocalittico. Direttore d’orchestra: un prete, un frate o un uomo del clero.

Il sole aveva rapito la piazza, le campane l’avevano immersa in un diapason quasi subacqueo: un eccesso di luce e di suono, una sinestesia concreta, estrema, asfissiante. Tutti ne pagavamo le conseguenze: gli astanti si muovevano come nelle domeniche puntiniste di Seurat, quasi non avessero mai avuto legamenti, a risparmio energetico, efficienti, facendo leva sul calcagno, senza piegare le ginocchia; e mi piacerebbe avere un’altra frase, per chiudere la sonorità del periodo, perché è più la voglia di scrivere che le cose da dire, ma un sottotesto ce lo trovi in queste righe, se ti impegni, anche se in effetti ce lo inserisci tu personalmente: è così che bleffa l’arte contemporanea, ma almeno è una forma di libertà.

Entrano in scena dei piccioni, si sistemano sui cespugli e sui lampioni.

Ma che cosa è, in fondo, un piccione, se non l’uccello simbolo della contemporaneità? Proprio mentre uno di loro – perché sono una casta, e vanno indicati con nomi generici, per dargli quel mistero di casta, come per esempio i pronomi di terza persona plurale – si poggia sul lampione accanto alla panchina, il mio sguardo si alza a contemplare le fronde degli alberi: la perfetta contemplazione dell’idiota. Ma non posso fare a meno di notare la goffaggine, la scomodità del volatile, mentre produce un traballio, un ticchettio impacciato, tentando di trovare una posizione comoda sul lampione. Ecco, pure sui piccioni sono stato superficiale, quando sognavo di impersonarne uno, di cacare personalmente su tutti i monumenti, di migrare da Torino a Reggio Calabria per fare un tour multi-tappa (Pisa, Firenze, Roma, Napoli) che avesse come scopo la defecazione compulsiva sulle meraviglie del Barocco e del Neoclassicismo. Si perché in realtà si nota, se si guarda bene, una certa scomodità nel piccione, un certo nervosismo incontrollato: deriva proprio dalla grassezza della bestia, abituata a nutrirsi delle briciole – e quante briciole – degli uomini. Disadatta alla predazione, viziata, sazia e tronfia e decisamente poco bisognosa di fughe repentine dalle minacce, (i bambini del ventunesimo secolo possono distruggere tutto con un app, perché rincorrere un piccione?) la razza del piccione vive la gabbia delle gabbie, la città, con una totale inconsapevolezza. I piccioni non possono che essere i vecchi proletari. Dalla campagna alla città, col sogno del benessere, sono venuti a morire, a distruggere usanze e tradizioni, ad uniformarsi, ad ingrassare nutrendosi delle briciole dei potenti: sono diventati dei piccioni. Questo mi sento di aggiungere a Pasolini. Che i piccioni siano in procinto di sperimentare il suicidio, ecco, mi sembra fuori da ogni dubbio: non potrebbe che essere così. Lo scorpione lo fa con più dignità, ha accettato il deserto, lo ha interiorizzato, ne ha fatto veleno e pungiglione e di tale violenza vive e  si nutre: ma pungerà se stesso se circondato da fiamme.

Exeunt omnia.

Entra una donna.

Immaginatela inquadrata dalle tette in giù.

Lei è tornata, la messa non le è piaciuta. Pure quello bisogna saperlo fare. Torniamo in bicicletta, in due. Mi schiaccia le palle quando si siede sulla canna della bici: le avevo lasciate pendere troppo dal sellino. Con quel dolore, abbastanza educato ma inconfutabilmente pungente, pedalo in prima marcia: mi restituisce quel poco di immanenza che basta ad accettare il reale come dato di fatto. A casa ci ripenserò, ma prima ci faremo una bella scopata e le sporcherò le mani di sborra, in attesa di un posto nella cappella di famiglia: chi può dire se tutto ciò è veramente patetico?

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2 Comments

  • Passante
    September 13, 2015 at 2:35 pm 

    Bellissimo racconto. Ho apprezzato molto la contaminazione con “appunti di regia”: la sezione della colonna sonora, in particolare, ha completato il quadro. La descrizione del piccione è deliziosa e la sequenza finale contiene forse uno degli impieghi di termini gergali più eleganti e ben riusciti che abbia mai letto.

    • Andrea Gatopoulos
      September 13, 2015 at 8:16 pm 

      Sono molto contento, grazie!

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