Idee²

Nello specchio eternamente infranto di una tanto adorabile quanto soffocante quotidianità, luogo sacro nel quale risplendono di continuo le intime forze dei nostri talenti primordiali, se c’è una pecca che, più di tutte, spicca per indole tagliente e raffigura la vocazione dell’Essere Umano a livello tipicamente sentimentale, rifacendosi a un vetro rovente che schizza nell’aria, questa è senza dubbio la natura del vedere ciò che non esiste. Pecca e sentimento che, nella loro essenza ossimòrica di calma/panico, sono sotterrati/fissati in noi stessi, in quell’automatico e perpetuo idealizzare, dal nostro essere che ci ravvolge in certezze luccicanti arrivando fino alle intricate escursioni del desiderio, dove la cecità diventa quasi uno stile, un modo alterato di vedere ciò che, nel protrarsi apparente dell’istante, trasmette tutto ma che, nella ferocia del tempo, spesso, non riflette niente. La necessità di cui ci nutriamo, di esplorarci e, conseguentemente, di guardare le persone sotto la direzione di un’ottica personale, tutt’al più irrazionale, a volte magicamente riuscente in quella musica tanto angelica quanto masochistica quale può essere l’Emozione, non è altro che una delle meno limpide e più oscure capacità umane tendenti sia all’evoluzione mentale che ad uno stato di vera assenza totale verso il circostante. E, così, un silenzio improvviso dopo l’altro, fra un pensiero sconnesso e aspettative senza nome, a volte senza neanche sapere o conoscere gli autentici tratti del suo volto, modellandola, scolpendone le sponde come fosse un fiume o la nostra guida, ci innamoriamo di un’idea. Siamo ammaliati, offuscati da un’immagine e dall’immagine che creiamo di essa stessa, che nel quadro inconsapevole della nostra testa si inchioda fino ad abbellire il muro della nostra coscienza. Siamo forse anche noi un’idea di noi stessi? Mille idee, di un’unica radice, che sembrano restare per poi scomparire o nascondersi come ombre alla luce, metamorfosi dopo metamorfosi, dove siamo parte della stessa creatura – cosciente o non – ma con colori, visioni, sfumature, percezioni differenti che, nella libertà/prigione di un’esistenza presente legata al passato, danno alla vita la malinconica forma di una sequenza di scatti. Eravamo noi? Siamo noi? Fra cambiamenti e frammentazioni, l’identità ne risente/si rafforza e, in quella sua precarietà circolare, viaggia sul treno della nostalgia assimilando tutti i dolori e sensazioni come fossero nutrimenti di un’esperienza vicina, segni di un vissuto destinato ad azzerarsi perché, ad un successivo sbalzo o crollo del cuore, all’ascesa dell’ennesima ossessione, tutti quei dolori o sensazioni, tutte quelle nostalgie e infinitesimi ricordi che ne straziano lo sfondo, non dipingeranno altro che l’affresco del nostro nuovo riconoscimento e, quindi, anche del nostro volere futuro. Volere futuro che può mutare come non, imperniato e agitato in quel tutt’uno dissolto in centomila mescolanze, caleidoscopio e mosaico di molteplici idee. Chi riesce ad incastrare alla perfezione il proprio io in quello di un altro, dando origine a un legame volto a quell’idea di Indistruttibile che a volte tiene, trema ma resta in piedi, a volte rovina o frana nel più assoluto silenzio di labili perché. Quegli stessi perché che, inizialmente, tracciavano le seducenti affinità dell’unione, ora scompaiono nel vortice impercettibile dei caratteri. I caratteri cambiano e con loro le idee che uno può avere dell’altro, anche senza un valido motivo o la trasparenza di un dettaglio. I caratteri cambiano, ancora, o si perdono. Chi ha una misera e vaga idea di sé e la proietta debolmente verso qualcuno di simile, per trarne accondiscendenza, asciutta tolleranza o magari verso qualcuno di più risoluto, avvolto nella fiducia, per essergli inclini, assomigliare e piacere a tutti i costi anche di fronte all’offesa, all’indifferenza, al tradimento, dove la debolezza diventa l’idea in cui ci si abbandona con dipendenza. Chi non ha un’idea o non vuole averla ma anche questa, si sa, finisce per inquadrarsi come tale. E come in questo mondo la mediocrità presenzia senza troppa fatica, appunto, così all’ordine del giorno essa mette in moto amori banali, misere relazioni incolori, stime facili e mascherate, legami annebbiati e di convenienza, animi sordomuti. O la stessa apatia, idea di mancanza. Chi più dell’apatico cela in sé la struggente volontà di cedere a una passione a lui così raramente lieta? Chi, invece, ha idealizzato tanto sé stesso, nei suoi pensieri agli altri sconosciuti, da aggrovigliarsi nei rami sanguinolenti della solitudine, unica compagna indissolubile di vita e di morte. Idee identiche a cavallo dell’infinito, idee diverse ma simbiotiche, all’apice dell’inverosimile. Idee introvabili, distruttive e incoerenti, idee contaminate ed irresistibili, idee sconvolgenti, idee fragili e mai spente. Idee tanto pericolose da respingersi, al limite dell’odio e della contraddizione. Idee che si disperdono, idee che si ritrovano, idee che non si toccano. Chi ha paura, chi ha magnificamente paura. Idee che spazzano via altre idee, costantemente attratte da ciò che in quel momento può renderle invincibili. Idee invincibili, invincibili… Quando? Per chi? Forse per quei pochi che alla Fine di tutto questo riusciranno ad andarsene con le mani legate. Gli altri non lo sapranno o rimarranno tanto illusi che fingere un sorriso di compromesso sarà fin troppo semplice, drammatico, nell’indolenza di una disperazione travestita, spoglia di vita, verso un saluto senza ritorno. E se un giorno lontano l’Amore completerà la sua opera d’arte, allora, nell’imperfezione più avida, tutto resterà così com’è. La sua materia prima, così assassina e preziosa, sarà ancora quella concreta astrazione che ne domina la sete e che, giocando col Caso, possiede il vizio terribile di non esistere. Ecco perché, forse, è così reale.

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