Il Racconto dei Racconti

Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale

a quanto c’è noto da lungo tempo.

S.Freud

In un sistema produttivo disastroso come quello italiano, la scelta fatta da Matteo Garrone nel trasporre sullo schermo “Lo cunto de li cunti” potrebbe inizialmente apparire, al netto della sua precedente filmografia e ancor di più dei titoli nostrani,  se non azzardata, quantomeno spiazzante.

Nonostante le dichiarazioni fatte dal regista, a sua detta poco interessato al parere della critica ma concentrato sul riscontro del pubblico nelle sale, con la sua ultima opera Garrone si getta come mai aveva fatto prima nell’esplorazione del non-noto, esplorazione che, se precedentemente era legata principalmente al restituire sullo schermo gli anfratti psicologici dei personaggi, ora è legata ad ogni aspetto del film.  Pur non mancando i ponti che tendono a comunicare col passato cinematografico del nostro, con la m.d.p. mai dimentica di soffermarsi sui volti degli attori, Garrone si trova a dover adattare il proprio stile ad un genere cinematografico caratterizzato da un linguaggio sui generis. Riuscita la decodifica, l’estetica che confeziona l’opera risulta essere il perfetto contenitore di tutto il discorso autoriale che, si voglia o no, s’impone, grazie anche ai richiami fotografici di “Barry Lyndon” o a quelli pittorici di Caravaggio – la fotografia è firmata da Peter Suschitzky, storico collaboratore di un certo David Cronenberg, geniale nel bilanciare e fondere la fiaba con gli elementi dell’orrido e del grottesco, anche grazie all’ottima resa degli effetti speciali -.

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 L’eccezionalità dello scritto di Basile stava nell’aver saputo miscelare la  novellistica colta – riferendosi in particolar modo al “Decameron” – alla favolistica  di estrazione popolare/orale, eccezionalità che ha reso Garrone l’unico autore del  pianeta a potersi permettere di rimandare contemporaneamente a Pasolini ed a  Peter Jackson, non dimenticando che la sua fiaba è anche per bambini, e che  anche nell’attività fantasmatica dei bambini sono presenti paure e angosce.

 Il perturbante diviene quindi la linea guida che lega tutti gli elementi – la nascita  macchiata dalla Morte; la bellezza perduta nella vecchiaia; la rivisitazione del  mito di Amore e Psiche; l’ossimorica pulce gigante; etc. -, elementi che innescano  l’intero meccanismo cinematografico, retto dunque sulla dialettica eraclitea della  dinamicità derivata dagli opposti – È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto  e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di  nuovo mutando son questi. -; diventa quindi semplice respingere le accuse di chi afferma la poca empatia avvertita durante la fruizione poiché, come il Das Unheimliche Freudiano, “Il racconto dei racconti” è una visione che necessariamente è pensata per essere avvertita come estranea e familiare allo stesso tempo. Nel segmento finale, dove l’equilibrista cammina sulla fune ardente sospesa in aria, tutto torna nella matura riflessione meta-narrativa di Garrone, che lascia aperte due strade: lasciarsi incantare, con lo sguardo in su, ed assistere allo spettacolo, oppure osservare sulla propria pelle l’incombenza della Fine; la grandezza del film, probabilmente, sta nella possibilità di percorrerle contemporaneamente.

( icinemaniaci.blogspot.com )

 

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