Incontro con la street art: Millo

Sono passati ormai più di cento anni da quando i futuristi incominciarono ad operare, creando la mitologia di quella che Boccioni chiamò la “città che sale”: un’arte che metteva al centro dell’opera il mito del progresso tecnologico. La street art, invece, a partire dagli anni ’60, sembra essersi sviluppata su concetti simmetricamente opposti: la tecnica e la cementificazione selvaggia sono al contempo la gabbia e la madre di queste figure/testimonianze di un progresso che ha finito per snaturare l’uomo.

La street art è stata a tutti gli effetti la prima forma d’arte anarchica, eppure, di recente, sembra conquistarsi addirittura l’attenzione delle istituzioni, ed è la città stessa a mettere a disposizione grandi facciate affinché vengano dipinte. Siamo di fronte ad un cambio di passo, ad una presa di coscienza della società di fronte a questa forma d’arte. La street art sta mutando la sua natura?

Negli anni il concetto di arte urbana si è profondamente modificato, come le definizioni che ad essa sono state attribuite. Da ”graffitismo” a ”street art”, fino all’ultima definizione: ”Muralismo”.

Credo che, esattamente come hai preannunciato, questa forma d’arte, figlia della necessità di esprimere un malessere, un momento, un frammento di anarchia, sia finita per abbellire – agli arbori anche in maniera del tutto inconsapevole – la realtà dalla quale nasceva.

Con il passare degli anni non solo si è avuto modo di notare come questo fenomeno si sia evoluto, ma si è avuto, quasi contemporaneamente grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, un feedback istantaneo.

Oggi i muri che realizzo, ad esempio, non sono solo legali, ma sono fotografati, condivisi e messi in rete. Probabilmente venti anni fa questo processo avrebbe avuto dell’impensabile, oggi invece sicuramente la società ne ha preso coscienza e con essa anche le istituzioni si sono avvicinate a questa forma d’arte, capendo ben presto come una semplice opera muraria possa modificare la percezione di una realtà cementificata e quanto sia economicamente più vantaggiosa come operazione.

L’arte assolve, per alcuni, una funzione di pura testimonianza delle contraddizioni e delle forme delle società che attraversa; per altri, rappresenta un vero e proprio medium per cambiare la coscienza collettiva: per il primo punto di vista acquista valore con la storia, per il secondo si impone sulla realtà; per il primo l’arte è sempre “figlia” di un’epoca, per il secondo è “genitrice” di tutte le epoche. Da che parte del paradosso senti di poter collocare la tua opera e perché.

Di sicuro mi sento figlio di un epoca in quello che realizzo e mi auguro di essere allo stesso tempo anche un medium… ma questo potranno dirlo solo i posteri.

La street art è una forma – per quanto fatta di immagini – di etica dello spazio urbano. Leggendo la tua biografia emergono i tuoi studi di architettura. In che modo l’andamento delle tendenze architettoniche contemporanee influenza la tua arte.

Nonostante la mia conoscenza della materia, nella mia arte l’andamento delle tendenze architettoniche contemporanee non è contemplato. Le mie opere sono la fedele riproduzione di quello che mi circonda e che circonda, nella vita quotidiana, gran parte di noi: la semplice edilizia.

I tuoi soggetti sono uomini spersonalizzati o giganteschi bambini, spesso all’interno di un opprimente e serializzato spazio urbano: attraverso i tuoi murales, la vita prova a riemergere dai grattacieli. Per tornare indietro, o per guardare avanti?

I miei personaggi goffi e fuori scala vivono nel caos della città-tipo e in esso si muovono nei modi più disparati.

Loro sono il tramite attraverso cui veicolo il mio messaggio. Non posso riferirmi a loro come se fossero un insieme unico, ognuno di loro ha una vita propria e veicola un messaggio differente, che certamente appare differente anche agli occhi di quelli che li osservano.

Per me loro sono la parte più pura di noi, quella che riesce ancora a sorprendersi e, in un certo qual modo, guardano indietro per rapportarsi meglio al presente e al futuro.

La street art, per via del supporto sulla quale è realizzata, sembra contemplare all’interno del processo artistico, proprio come ultima tappa, la sua distruzione. Eppure i tuoi murales sembrano concepiti per restare. Credi sia necessario incominciare a dividere questa forma d’arte, profondamente inclusa nei progetti per il futuro delle città, dalla prima fase della street art?

Io non credo che la street art contempli, alla fine del suo processo, la distruzione. Credo piuttosto che contempli la possibilità che trovandosi dov’è possa subire anche la distruzione.

Anche qualora i miei lavori fossero concepiti con l’intento di restare – e lo sono – sono allo stesso tempo soggetti ad un inevitabile logorio, sia esso atmosferico che temporale. Senza dimenticare che possono essere per l’appunto distrutti o semplicemente cancellati con una passata di colore.

A mio avviso sono anni ormai che la prima street art si è separata da quest’ultima forma d’arte.

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