Insieme a “Don Jon” nel metaporno del quotidiano

Avevamo lasciato – quasi una quarantina di anni fa, ormai – il Travis Bickle
di “Taxi driver” del duo Scorsese/Schrader mentre “introduceva” una
esterrefatta Betsy (ammantata di una meravigliosa frigidità da Cybill Shepherd)
ai paradisi improbabili del porno in un cinema/bettola della Grande Mela, con
tutto ciò che per lui ne seguiva in termini di equivoci, d’imbarazzi, di
allontanamenti. Da quei tempi, molta acqua – e non solo quella, è il caso di
dirlo – è passata e molte trasformazioni del gusto, dei costumi e quindi del
quotidiano, sono intervenute. Oggi, nella società globalizzata delle “tendenze”
e delle frenesie irriflessive quanto percepite in maggioranza come inevitabili
– tipo un vero e proprio destino comune – coesistiamo e interagiamo con quella
che potremmo definire “una condizione di ininterrotta pornografia latente”.
L'”osceno”, nel senso etimologico del termine, surrettiziamente ma con un
incedere pressoché regolare, ha cioè scandito i passi di una sua propria marcia
trionfale che ha minato equilibri in tutta una serie di comparti dell’attività
umana, non ultimo quello dei “linguaggi”, con particolare richiamo a quello
dello spettacolo e, più nello specifico, a quello strano e multiforme mondo che
galleggia sullo sterminato oceano delle “immagini”. Difficile, infatti, non
ravvisare connotati “pornografici” nell’impaginazione e nella conduzione, per
dire, dei notiziari (vasta rilevanza offerta alla cronaca – meglio se truce o
surrealisticamente ludico/evanescente – con abbondanza di particolari
sanguinolenti o allusivo/morbosi; posture, abbigliamento ed “espressività” –
sovente ritoccata – di conduttori/-trici). O nella molestia dell'”Economico”
fin dentro i recessi più riposti delle nostre giornate (su scala planetaria, il
sistematico rincorrersi di speculazioni una più rischiosa dell’altra, cui fa
nove volte su dieci seguito l’aprirsi di un “crack” o l’esplosione di una
“bolla”, come nel più meccanico battere-e-levare, nella più ovvia coazione di
matrice “hard”). Per non parlare della compiaciuta e spesso esibita
disarticolazione linguistica, anch’essa affine ai contorsionismi grotteschi
delle “luci rosse” (preminenza dell’anacoluto, se non resa ad una semi-afasia
monosillabica; difficoltà ad intendere e ad esprimere frasi complesse o, per
converso, il pervicace compiacimento con cui si affastella il birignao tecnico-
specialistico; petulanza del registro enfatico o declamatorio; utilizzo – non
di rado fuori contesto – di termini appartenenti ad altri idiomi). E, ancora,
nella meschina mestizia del panorama politico di questa esasperante transizione
che ci avvince a sé da almeno un trentennio, la quale, emanando un suo
caratteristico lezzo, più si avvoltola senza costrutto nei dilemmi, nei
compromessi miserabili e nelle inefficienze della senilità delle democrazie,
più sottintende “impotenze” ormai di impronta pandemica, “disfunzioni erettili”
di proporzioni planetarie, entrambe in sinistro incombere su uno slancio vitale
perduto (per sempre ?), a cui si tenta di porre rimedio con astruse e di
frequente controproducenti “tattiche rinvigorenti e/o ritardanti”, tipo
grovigli kafkiano-truffaldini d’istituzioni che per la fisionomia stessa
impressa loro risultano immuni/sorde/insensibili al cambiamento, limitandosi
nella prassi a prosperare a circuito chiuso in lontane sedi sovranazionali.
Soprattutto, tipo infinite “cilecche”
in relazione ad interventi a parole “strutturali”, nei fatti sempre e solo
“eventuali”, per via di una loro in fin dei conti imperscrutabile
impossibilita’ a vedersi concretizzati, vuoi per contrasti tra le fazioni che
dovrebbero realizzarli, vuoi per labirintiche oscurità burocratiche (ecco altre
impotenze), vuoi per una paradossale, tragicomica, sul serio pornografica
“mancanza di risorse” (viste le diseguaglianze crescenti), con conseguente
accumulo forzoso di energie non liberate, sottratte alla società, al progresso,
al “futuro”, come eiaculazioni abortite.

In un contesto del genere – nel suo piccolo – un film come “Don Jon” di quella
faccia-un-po’-così che è Joseph Gordon-Levitt (presenza andata imponendosi
negli anni recenti dopo prove di un certo peso davanti alla mdp, si pensi a
“Mysterious skin” di Araki del 2004, a “Looper” del 2012 e al doppio “incontro”
avuto con Nolan e il suo futuribile), il cui personaggio si dedica alla
masturbazione seriale – per tutta la prima parte della narrazione più o meno
soddisfatta e soddisfacente, in ogni caso meritevole di assoluzione da parte di
una chiesa, quella cattolica, che davanti alle sue “undici, diciassette,
trentacinque volte la settimana”, prescrive puntuali penitenze ma non fa il
minimo ‘plisse’ dottrinale o dogmatico – al cospetto di pin-up tanto formose e
disponibili quanto “a portata di mano” perché sommatorie inerti di pixel,
rischia di assurgere a rango di specchio per quanto tascabile, deformante e
“schizzato” di umori, baldanzosamente in linea con l’arredamento di un mondo
che la sua deriva porno, invece, finge di non conoscerla, mentre su di essa non
fa che “esercitarsi” ben oltre lo sfinimento, ossia verso la definitiva
consunzione di una “modernità” per assurdo ma non troppo riconducibile
all’imporsi di un’unica dimensione “metaporno”, unanime e pervasiva, costituita
da un numero indefinito di tasselli della realtà potenzialmente convertibili in
ogni momento alla sua “estetica”, elemento aggregante della quale e’ una
ripetitività operante al di la’ di qualunque resistenza fisica e psicologica
(il padre di Jon, un irrefrenabile Tony Danza, non trova altro da dire al
figlio che gli ha appena presentato la sua ragazza – Scarlett Johansson, alias
Barbara Sugarman, imperturbabile nella sua avvenenza rimodellata e splendente
come una maiolica di pregio – : “E’ proprio un pezzo di fica”). Ecco, allora,
in ordine sparso, come testimonianza di una pornografia strisciante, ubiqua,
nessuno riesce più a dire esattamente in che proporzione involontaria, in che
proporzione “ontologica”, il “getto” continuo di dichiarazioni ufficiali
rilasciate dalle personalità pubbliche di ogni ordine e grado. Ecco il trito
climax protratto dei programmi televisivi di qualunque fascia oraria
somministrato come contrasto al porno anestetico dell’imbonimento
pubblicitario, il cui vellicare implacabile – e qui siamo già dalle parti di
giornali, riviste, cartelloni stradali et., – flirta già da tempo e senza mezzi
termini col demenziale (quindi con l’abnorme) per quella sua promessa tanto
indefessamente esibita e rinnovata quanto ogni volta e senza scampo frustrata.
E, ancora, ecco il dilagare nel nostro dolore della porno consolazione –
davvero miserabile e irritante, questa – degli applausi ai funerali o quella
sorta di porno estremo che e’ l’impianto urbanistico delle periferie di gran
parte delle metropoli e via titillando…

Con tutti i limiti delle sue non molte pretese (ma se è di dipendenza da
pornografia che si parla, come uscire sul serio dalla “ripetizione” ?), una
certa schematicità, la perdita progressiva di mordente e la continua tentazione
edificante/consolatoria, ma pure con qualche discreto colpo (non solo basso)
ben assestato – un atteggiamento scanzonato e “ingenuo” di fondo, ad esempio,
non così lontano dal paternalismo naïf del già menzionato antieroe scorsesiano;
il sarcasmo e la faccia tosta come antidoto alle “sociologie” (questa inclusa)
e ai “moralismi”; il rifiuto della tetraggine e del patologico legati al sesso
nelle forme “pop” e tutto sommato innocue di certi momenti tra sit-com sguaiata
ed estenuazioni tardo-adolescenziali – “Don Jon”, almeno nel suo slancio
iniziale, in “erezione” verrebbe da dire, ovvero nella sua compulsione
propriamente e schiettamente pornografica (video-masturbazione-kleenex, come
pure pulizia appartamento-palestra-domenica in chiesa-pranzo in famiglia-
discoteca-scopata, e allo stesso modo della galera coprolalica “cazzo-culo-
tette-fica-pompino-smorzacandela-pecorina-sborra”, l’interpolazione dei cui
elementi, da qualunque insieme provengano, non incide minimamente sul
risultato), porta alle estreme conseguenze – e sia detto con tutte le
precauzioni del caso – le considerazioni avanzate dal suo eremo nella giungla
dal Kurtz di “Apocalypse now”, quando registra disgustato la prassi degli Alti
Comandi finalizzata ad impedire alle truppe di vergare la parola “cazzo” sui
muri delle latrine in quanto “oscena”, mentre alle stesse autorizza, anzi
impone, il bombardamento di obiettivi ad alta concentrazione di civili.
L'”osceno” di Kurtz (e il suo reiterarsi pornografico) era anche il
contorcimento esausto di una Cultura che smascherando se stessa provava a
divincolarsi dalla stretta di una dissoluzione che sentiva approssimarsi sempre
più inesorabilmente. L'”osceno” di Jon Martello (classico ‘nomen omen’),
nell’era della pacifica dittatura della pornografia di massa – e a dissoluzione
compiuta, forse – al massimo può essere un ghiribizzo irriverente o bislacco,
lo scarto (un kleenex imbrattato nel cestino) di una post-post modernità che ha
predigerito qualunque “gesto” (quindi qualsiasi “masturbazione”) nell’illusione
di renderli leciti-e-belli-e-unici-e-liberi tutti, delegando al singolo una
scelta – un singolo, è utile ricordarlo, sempre più solo (altro che Travis
Bickle) e sempre più strattonato dalle sollecitazioni più contraddittorie, da
binomi oltremodo stordenti, sconcertanti, proprio perché in grado di coesistere
senza attrito in virtù di un imprimatur ultimativo e insindacabile:
bulimia/anoressia; libertinaggio/ascetismo; sedentarietà cronica/salutismo
spinto; fama/anonimato; ricchezza/pauperismo et., tutto a convergere nella
stessa esaltazione, nello stesso “orgasmo” – anche se sempre più fluida, a dire
in ogni momento più o meno rinegoziabile, da compiersi seguendo il senso unico
di coordinate che proprio quella modernità, con quelle premesse, ha stabilito e
tracciato sulla scia di una “seduzione” Tecnica a cui TUTTO ha concesso: in
primis il parossismo predatorio, onanistico finché è rimasto nel latex delle
sofisticate formulazioni teoriche; violentatore in ampi ambiti della pratica,
al momento di dispiegare tutta la potenza contenuta nell’assunto “si deve fare
tutto ciò che si può fare”.

 

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