L'aria che tira - Il Varco

L'aria che tira - Antologia del Varco

AA. VV. – introduzione di Antonio Romagnoli

In una metaforica tavolata di menti abituate a una costante malnutrizione intellettuale  – doveta, per lo più, alla scarsa proposta di testi “croccanti” in commercio, mancanza che peraltro favorisce l’ascesa delle opere finalizzate all’essere vendute -, “L’aria che tira” si pone come raccolta sganciata dal normale corso della corrente presentando spunti differenti, stilemi nuovi, sperimentazioni visive e linguistiche. 

Titolo: L’aria che tira – Antologia del Varco

Autore: Autori Vari

Edizione: Il Varco

pagine: 120

Via Wosnjovzky, 46

Un estratto dal libro

E poi non rimarranno che i miei spazi vuoti.
Periferia di Dazlanja. Via Wosnjovzky con i suoi bidoni rovesciati a terra in cui si annidano alveari che sembrano metastasi tumorali abnormi.
Su , dal soffitto , le perdite d’acqua picchiettano metodiche sulla scrivania scandendo impietosamente il tempo.
Stanislao che ha quel modo di bussare alla porta da restarci secco: toc;toc;toc, tre colpi ben intervallati, sempre. Poi niente. Ti lascia la bottiglia di latte accanto allo stipite e quando gli apri, lui ti fa : “buongiorno signore, come sta sua sorella?”,e basta.
E poi non rimarranno che i miei spazi vuoti.
Gli stanzoni abbandonati della S.T.E.F.K.A dove ancora puoi sentire il tanfo del gas di scarico, mentre pezzi di vetro, di intonaco, di ghiaia, di terra riposano inermi al suolo, così, a smezzarsi razioni di polvere con il nulla;
ricordo ancora di quando mamma mi portava alla confetteria in via Odjnyec. Di solito lo faceva per premiarmi del fatto di essermi comportato da “bambino buono buono”,come diceva lei, per l’intera settimana. Il che significava aver studiato con regolarità, sistemato la cameretta, sparecchiato ed apparecchiato la tavola ogni qualvolta mi venisse chiesto e cose simili, insomma. Fatto sta che alla confetteria in via Odjnyec mamma mi ci portava sempre di domenica, e la cosa che mi attirava di più al tempo, non era tanto il sapore dello zucchero che si andava ad infognare dritto in mezzo ai denti, quanto quella stradina, quella che bastava girassi l’angolo e la vedevi. Aveva un nome buffo quella stradina lì, quasi… ironico dato il contesto. Doveva essere una cosa tipo la via…mmh no, no. Ah sì! “Il Vicolo delle meraviglie” ecco, il vicolo delle meraviglie. Bah… ti veniva più da pensare lo si potesse definire un museo del paleolitico, o giù di lì. Questo perché era un viottolo parecchio sacrificato in cui, giuro su Cristo, ogni mattina Puntualmente stazionavano vecchiette in quantità industriale, ognuna con la rispettiva bancarella, per vendere a prezzi stracci una marea di cianfrusaglie fatte a mano. Ma la cosa che più ti lasciava allibito quando ti trovavi a passare di lì, era quel misto tra caducità e poesia che quasi potevi afferrare con mano e poi masticare,davvero. tanto si faceva sentire.
Così. In ogni dove. In ogni senso.
Lì regnava sovrana una luce strana, inconsueta, che di solito non bazzica Dazlanja e dintorni, capiamoci. Eppure quando arrivava domenica mattina non la si smuoveva neanche con le cattive, quella. Rimaneva là, impassibile, non facendo altro che nutrire di sé quei cimeli umani e il frutto della loro flemmatica dedizione. In quanto ai cimeli umani, poi… Ogni volta che per pura casualità ti trovavi ad incrociare il loro sguardo vedevi sempre queste facce torve, ingrugnite, che neanche ti avessero beccato a dare fuoco a un vangelo, mamma mia!. Eppure in un certo senso ti facevano tenerezza, quelle lì. Quasi tutte portavano l’immancabile fazzoletto in stoffa annodato sotto la nuca, emblema di una miseria cui si attaccavano con violenza, non possedendo altro. In certi momenti poi ero tutto preso da un unico pensiero, si, mi veniva una voglia matta di allungare le mie manine ancora candide per stringerne (non troppo però) una di quelle, rugose e gracili com’erano.
Quando andavamo lì, alla confetteria, mamma metteva sempre un profumo che le regalò mia zia in occasione di un natale in cui non ero ancora nato.
“Il profumo della domenica” lo chiamavo io.
Qualche anno fa, spulciando in una specie di botteguccia del retrò ne trovai per caso uno identico, e non ci stetti a pensare mezza volta prima di mettere mano al portafogli. Così ogni tanto, a casa, da solo, me ne verso un po’ sui polsi, giusto per portare addosso l’odore di quei giorni… poi quando mi rendo di nuovo conto del tac; tac; tac; che le perdite fanno sulla scrivania, resto spesso là dove mi trovo, inerme, a naufragare in quell’inconcepibile coacervo di passato e presente:
il profumo della domenica-le perdite dal soffitto.
via Odjnyec- via Wosnjovzky.

Il cerchio si chiude qui. Di futuro non ce n’è.
Poi la realtà prende definitivamente il sopravvento: “merda sono già le sei, devo prepararmi per andare a lavoro”.
(il cerchio si chiude qui)

“chi si accontenta duole, mio caro Slavek. Ricordatene quando non ci vedremo più.” Il vecchio Mirko lo diceva con l’aria di uno che d’improvviso si fosse ritrovato l’intero peso del mondo addossato sulle spalle.

(di futuro non ce n’è)

Ogni tanto ripenso a quando a 17 anni mi fomentavo leggendo Majakovskij. A quei tempi nell’avvenire ci credevo, in un modo piuttosto contorto e ansiogeno, ma ci credevo comunque. Da degno slavo anticomunista quale sono, ci si aspetta che debba guardare con ben poca simpatia ad uno come Majakovskij, anche se alla fine dell’esaltazione da patriota rosso di quello squilibrato me ne sbattevo. Ciò che mi lasciava inchiodato era la furia trascinante dei suoi componimenti. Alle volte, come fosse un mantra, mi risuona in testa il verso finale di “All’amato Me Stesso”:
“in quale notte, delirante, malaticcia
da quali golia fui concepito
così grande e così inutile?”

la prima volta che lo lessi mi venne un desiderio piuttosto in coerenza con l’età che mi ritrovavo ad avere , sì,decisi che sarei andato a scrivere questo verso in caratteri abnormi al centro della piazza municipale della città, per poi infarcire il tutto con una bella manciata di rose nere sparse qua e là intorno alla scritta in questione.
Da buon megalomane qual ero ci godevo a pensare a tutte le persone che l’avrebbero letta, magari dicendo tra se e sé cose del tipo: “chissà chi l’ha scritto e perché l’ha fatto. Con tutte quelle rose nere intorno, poi… certo è che ne circolano di personaggi strambi”; “assurdo, credevo di essere l’unica in questo posto a conoscere le poesie di Majakovskij, o perlomeno l’unica a smaniare per questo verso”.
Con l’andare del tempo la mia ridicola fantasia ha subito una metamorfosi, guadagnandone in mitomania e delirio. Infatti nell’ultimo… diciamo decennio, mi sono spesso immaginato di fare una cosa che poi non ho mai fatto, cioè, più che altro, Dire una cosa che poi non ho mai detto… a nessuno. Però avrei voluto dirla, sì, a tanta gente, a… quanta più gente possibile per essere sinceri, e venir ricordato sempre come quello che eccetera eccetera eccetera. E’ una cosa che avrei potuto dire davvero a tutto il mondo, ma sarebbe rimasta, lo giuro, sempre e solo mia. Eppure non ho mai avuto le palle di farlo. Non ho mai avuto le palle di bloccare uno per strada e chiedergli:
“ti sei mai fermato a guardare un lampione, dall’alto?” e quello, sicuro come la morte: “mmh…no”.
E a quel punto, da gran spaccone: “io invece sì, ed è stato come sbirciare in silenzio un mondo dietro il mondo”.
Così sarei stato ricordato come quello che guarda i lampioni dall’alto, per sempre. O meglio come quel pazzo smidollato che non ha niente di meglio da fare che mettersi a guardare i lampioni dall’alto. E per quanto strana come cosa, posso dire che non c’è niente di più bello, a pensarci. Che poi di fare la figura del faccia di culo con questa storia dello sbirciare in silenzio un mondo dietro il mondo chissenefrega, perché è esattamente ciò che ho provato. Prima di quella sera non sapevo cosa ci si sentisse smuovere dentro, e credo che se non mi fossi trovato sull’attico di Quel palazzo in Quel dato momento, non l’avrei mai saputo. No . Non avrei mai saputo cosa potesse significare intercettare nei lampioni ideali linee di confine.
Sotto i lampioni il casino della città.
Sopra i lampioni il silenzio del vuoto.
Una dimensione marginale, fatta di muretti scrostati, canne fumarie, antenne paraboliche, di una luna che si staglia oltre i ricevitori.
Una dimensione dove tutto tace ma nulla dorme.
Una dimensione in cui vige la notte.
A stare lì quasi ti viene da trattenere il respiro e a quella manciata di cose sconclusionate che ti attraversano il cervello ci pensi a metà.
Pensi che ti è passato il sonno.
Pensi a quanto sembrino fasulle le auto viste da lì.
Pensi a tuo nonno che dice “ ricorda, piccolo mio, è la vanità a divorarci”.
Sapeva il fatto suo, quel vecchio strampalato. Mi piaceva passare del tempo con lui perché parlava a ripetizione. Non ricordo una volta, una sola, in cui sia stato capace di affilare meno di quaranta parole in un secondo. Amava parlare soprattutto di Sarajevo, chè c’era stato per un bel po’ di tempo là. La descriveva come “una visione di confine, un luogo perso in chissà quale retrovia del tempo”. Proprio così diceva “retrovia del tempo”. Quando parlava sapeva darsi un tono, il nonno. Di quelli che ci abitavano a Sarajevo, raccontava sempre che erano un popolo senza destino, figli di quella miseria nera difficile da immaginare anche per due come noi. Una miseria che la si leggeva negli stracci di cui si vestivano, sui lineamenti duri del loro volto, agli angoli delle strade sporche e dissestate. “Alcuni di loro andavano a lavorare con pezzi di stoffa legati alle caviglie al posto delle scarpe”, diceva il nonno. “E’ gente provata, gente in continua migrazione, gente che si fa tutt’uno con le case diroccate quando cammina per le vie della città, gente che sembra non far parte di questo mondo. Tutto ciò su cui posi gli occhi a Sarajevo sembra non far parte di questo mondo. In ogni dove puoi trovare polvere ed abbandono”. Proprio così diceva “polvere ed abbandono”. Eh sì, sapeva decisamente darsi un tono, il nonno, quando parlava.
Nonostante si facesse rapsodo di quest’immenso abbandono, era come incantato da quel posto, ma nessuno è mai riuscito a capirne il perché. A me piaceva immaginare fosse dovuto al fatto che al tempo avesse preso una sbandata per una bellissima ragazza bosniaca, o qualcosa del genere. Nel corso degli anni fui contagiato dalla fascinazione di cui il nonno era preda, ed iniziai a maturare l’idea di trasferirmi lì in Bosnia, e suonare la fisarmonica per le strade di quella terra senza destino, come diceva lui. Sì, insomma, mi sembrava una cosa poetica. Tanto, voglio dire, non avrei guadagnato molto meno rispetto a quello che metto in tasca adesso.
Fatto sta che il nonno me ne raccontava di storie su Sarajevo, in particolare quella che quando ne parlava sembrava rievocare stati di estasi mistica. La storia del vecchio mendicante un po’ matto di Stari Grad, il quale sosteneva che le sfumature dell’alba si lasciano intravedere all’orizzonte nel preciso istante in cui l’ultima lacrima versata dall’ultimo uomo durante la notte, si dissolve nel nulla…
E io continuo a chiedermi se il tizio a questa cosa ci credesse davvero, oppure si trattasse di una trovata sorniona per fregare la gente;
Ci penso spesso a queste cose, sì, anche quando dovrei tenere a mente ben altro.
Chissà, magari nasciamo e moriamo per collezionare ricordi. Ricordi che ti si accatastano in testa come resti di una biblioteca andata in fiamme. Ricordi che a dirli parrebbero banalissimi, eppure se volessi, sopra ognuno, ricamarci una storia che evochi le tue percezioni a riguardo, non ti basterebbe campare altri cent ’ anni.
Ricordi a cui pensi spesso, anche quando dovresti tenere a mente ben altro.
Mentre sei a lavoro, o attraversi la strada, o quando Stanislao bussa alla porta e chiede come sta tua sorella.
E’ tutto un continuo svegliarsi andare di corsa, riprendere fiato cominciare daccapo in cui loro, i ricordi, ti si parano puntualmente davanti. Tengono il passo che è una meraviglia, quei bastardi, e col cavolo te ne liberi. C’è solo da accettare dignitosamente la resa, ed andare a svanire dentro spazi vuoti, quei pochi a rimanere ancora tuoi. Spazi vuoti in cui lasciarti scivolare il tempo tra le dita e perdere pian piano cognizione di ogni cosa.
E’ per questo che quando quelli del cantiere non mi rompono le palle, un po’ di tempo ce lo vado a passare negli stanzoni fatiscenti della S.T.E.F.K.A .
Ispira la meditazione quello squallido rudere di fabbrica. Sarà per i flebili soffi di luce che si fanno spazio tra gli squarci dei finestroni rotti, sarà per l’oscurità in cui vanno a morire quelle mura chilometriche che potrebbero finirti addosso da un momento all’altro… tutto concorre a creare un’atmosfera spirituale e raccolta, sì, ma in maniera stramba.

S.T.E.F.K.A ovvero Santuario della Decadenza.
S.T.E.F.K.A uguale Regno della Catarsi.

A stare lì ti senti come slegato. Non c’è più spazio per l’inadeguatezza, trova posto solo il sordo fracasso dei tuoi pensieri che rimbalza dalle crepe di una parete a quelle di un’altra, per poi finire al suolo e strisciare tra le macerie ammuffite.
Ogni tanto, lì alla S.T.E.F.K.A ci vado anche solo per sentire l’eco dei miei passi che si perdono chissà dove, e poi viene un momento allucinante, irripetibile, un attimo prima che tutto cominci a disfarsi, un attimo prima che sia notte.
Quel momento in cui mi lascio sprofondare dentro abissi di solitudine

E non vedo più.
E non respiro più.
E divento immortale.
E alla fine, come niente fosse, senza neanche chiedere il permesso
La Notte Arriva.
Arriva così. Di botto. E subirla nella stretta comatosa di quelle mura… mura che potrebbero finirti addosso da un momento all’altro, mura chilometriche che vanno dritte dritte a morire nell’oscurità…
Non c’è nulla che a dirsi possa rendere adeguatamente il concetto.
Alle volte, tra quelle mura… e di notte…
Alle volte, così, appena mi salta in testa di farlo una bella sigaretta me l’accendo, e tra un tiro e l’altro mi sento come fossi in trincea, senza nemmeno sapermi spiegare il perché. Ed è… bello.
E’ da pazzi, sì, ma è bello.
Bello come tornare a casa quando il mattino comincia appena appena a stiracchiarsi, provare ad accendere il lume accanto al tavolo e ricordarmi che la lampadina è un mese e mezzo che si è fulminata, e togliermi le scarpe prima ancora del cappotto, e dirmi che io, no, non lo saprò mai, ma Monitsa è viva. Che forse manco Dio lo sa, ma lei è viva. È viva.
E pensare che a Sarajevo, a suonare la fisarmonica non ci sono andato più, ma sto qui a farmi il culo per un lavoro che pare essere una trovata particolarmente infelice per pagarmi la vita a rate e alla fine, come niente fosse, mettermi al centro della stanza, che sembra più vuota di un mai più perpetrato all’infinito e girare su me stesso cercando di fissare lo sguardo all’in su il più a lungo possibile, e sentirmi un coglione patentato, e fermarmi.
E attraversarla poi quella fottuta stanza per togliere la scrivania da sotto le perdite del soffitto.
e piazzarla sul lato opposto.
Un po’ di sbieco
rispetto alla finestra.

E fermarmi di nuovo. Ma stavolta davvero. Per sempre.

Giù c’è il solito bastardo ubriacone che urla : “ Elzbieta, torna da me! Adesso sono un altro uomo, ti prego, torna da me!”.

In casa non si muove l’aria. Sono tre settimane che tutto il condominio sta senza acqua calda. Prima di fare la doccia devo ricordarmi di riempirne una pentola e metterla un po’ sul gas, perché con un’altra bronchite come quella che mi è venuta a Novembre probabile che ci lascio le penne;
Di fronte stanno facendo i lavori. Il martello pneumatico canta che è una favola, ma tutto il casino che fa sembra arrivare fin qui come filtrato attraverso cumuli di macerie.
Osservo la stanza, la stessa in cui un tempo pensavo di girare un mediometraggio. Una produzione indipendente, che risate. Sempre uguale rimane, ma non proprio. Con la scrivania messa da quel lato lì cambia un po’ tutto.
Forse così ha più senso. Chi lo sa.
Certo è che a farsi innaffiare mattina e sera dalle infiltrazioni, non poteva starci più la scrivania.
Chissà, magari quando mi viene voglia di sedere lì, per illudermi da gran burlone che sono di concludere qualcosa con le quattro stronzate che scrivo, magari non è poi tanto male farlo con quella parte di muro che mi guarda dritto in faccia. Se poi non viene fuori proprio uno sballo mi ci abituo, che tanto di sicuro non muoio.
No perché a prendersi tutta l’acqua delle infiltrazioni la scrivania avrebbe tirato le cuoia.

Per il resto… bah.
Non so se le metterò vicino la poltrona, giusto per spostare qualcos’altro, oppure lascio tutto così com’è.
O magari tra due mesi, o due giorni, la spingo un po’ più verso destra, in modo tale che la luce le arrivi precisa addosso e non ci sia più bisogno di usare la lampada fin dalle due del pomeriggio per vederci qualcosa, quando mi siedo lì.
Perlomeno quello che so con certezza è che adesso il legno smetterà di marcire.