Materia oscura

Non sapendo che fare, glielo rimise dentro.
Awk guardava la schiena di Ree, uno dei suoi pezzi forti.
Gli era sempre piaciuto prenderla di fianco: poteva stringerle le spalle o le anche, continuando ad ammirare quella splendida schiena.
In passato, più volte, diminuito il ritmo, aveva chiuso gli occhi e le aveva fatto scorrere le dita lungo la linea delle vertebre o sulle scapole. In certi momenti, aveva stentato a credere che lei fosse solo una donna e non un qualcosa d’inedito, una specie di favolosa via di mezzo, un azzardo oltre.
In ogni caso, era sempre stata una sensazione strana, quella. Una sensazione che aveva provato solo con lei e che adesso non tentò di ricreare per non guastarsene il ricordo dopo.
In silenzio e pazientemente, Ree aspettava che l’intermezzo finisse.
Partecipava alla maniera di una leonessa, un po’ distante, un po’ stranita.
Awk non si sentiva un leone.
Per durare, si concentrò sull’inettitudine dei presunti pezzi grossi – un grumo qualunque di facce estratto dalla distorsione di un immaginario oramai devastato – e su come, in fondo, non ci fosse sostanziale differenza tra chi comandava e chi ubbidiva, neanche al giorno d’oggi, neanche con le sonde su Marte.
L’immagine era inesorabile nella sua idiozia ma si prestava a talmente tante associazioni deprimenti che si sentì capace di andare avanti all’infinito.
Era un trucco come un altro.
Funzionava.
Certi che conosceva gliene avevano raccontati di altrettanto idioti. C’era chi si riproiettava in testa i documentari sui bombardamenti di Dresda o le istantanee dei capricci gassosi di Giove. Chi s’immedesimava in uno che muore assiderato tra i ghiacci. Chi tentava di fare a mente quelle radici quadrate che a suo tempo non aveva saputo risolvere neppure con carta, penna e calcolatrice. C’era pure chi, per rendere più eccitante il modello sottomano, fantasticava di partecipare ad uno dei festini di Playboy. Questo però, ai fini della prestazione, funzionava meno.
Stupidaggini, comunque.
Il denominatore comune era sempre lo stesso: non se la godevano più, fissati per la storia, esploratori falliti, matematici imbranati, inconsolabili cacciatori di conigliette che fossero.
Nessuno sembrava godersi più niente.
– Troppo grasso, troppo scetticismo, troppa frenesia – aveva pensato una volta.
– Banale – aveva pensato subito dopo.
Nemmeno lui se la stava godendo, ora, ma non c’era nient’altro da fare. Soprattutto, non c’era più niente da dire.
Eppoi era l’ultima volta.

***

Ree fissò il Cartier che le avevano appena regalato e mosse un po’ la testa. I capelli le scivolarono sul viso.
Meditò se fosse il caso di contare una giacca nel bagaglio utile per l’imminente fine settimana.
Le leonesse hanno sempre un sacco di cose a cui pensare.
In quell’istante Awk venne. Uno di quegli spruzzi lunghi, dolorosi quasi, che salgono da un punto imprecisato tra l’estremità della spina dorsale e il buco del culo. Qualcosa che pensò potesse riscattare almeno in parte il trito luogo comune a nome In ricordo dei vecchi tempi.
Come a lasciare in sospeso quella speranza, Ree si staccò e filò in bagno.
Awk attese che lei si chiudesse per sovrapporre un paio di kleenex e disfarsi delle ultime gocce. Finito, ridusse i fazzoletti ad una pallottola e la fece sparire in tasca ai calzoni rimasti a tiro su uno degli angoli inferiori del letto.
Dopo si alzò e si rivestì con pochi gesti automatici e lenti.
Arrivato alle scarpe, s’impuntò. Fissò tela, gomma e lacci di sbieco. Gli sembrò stupefacente e allo stesso tempo sinistro che dovesse adattare parti del corpo alla combinazione cui dava vita quella roba. Lui non ne aveva bisogno. Non aveva bisogno di scarpe.
– Nessuno dovrebbe avere bisogno di scarpe – stabilì.
Le scarpe non avevano senso.
Oppure lui non riusciva a trovarlo.
Si scosse.
Strettamente, niente aveva senso. Figurarsi perderci tempo sopra.
– L’esistenzialismo non paga – pensò – Mai –
Tornò al mondo, smise di scervellarsi e calzò le scarpe.
Limitandosi ad usarle andò alla porta e uscì.

***

Ree bagnò di lacrime il bordo del lavandino.
Nello specchio vide una tizia che le restituiva lo sguardo con un’espressione contratta, un tanto deforme, e non solo perché al rovescio.
Si passò le dita sulle guance e notò che le si stava gonfiando il viso.
“Smettila”, s’obbligò.
Awk aveva promesso che non l’avrebbe mai fatta piangere.
Mai forse era stata un’esagerazione.
Aveva anche detto che le lacrime sciupano la pelle.
“Per via del sale e di certe altre sostanze”.
Proprio così aveva detto.
E magari era vero.
Lo stesso, Awk conosceva un sacco di cose inutili ma interessanti. Singolari, perlomeno.
E questo, sicuro, era vero.
Ree fece scorrere l’acqua e si sciacquò. Dopo si allacciò il reggiseno – che già appoggiato alla carne stava su da solo – quindi tornò in camera col beauty-case pronto, indossò una t-shirt nera da uomo sopra gli slip, sistemò un borsone da viaggio sul pavimento, spalancò gli armadi e si sedette sulla sponda del letto.
– C’è tempo – si disse e si sdraiò.
Incrociò le braccia dietro alla testa e si concentrò sul soffitto.
Si sentiva inquieta.
Certo, era allettante il pensiero di un fine settimana all’insegna della buona tavola, dei bei vestiti e di hotel a tante stelle. In generale, era piacevole l’impressione di aver dato una sistemata alla propria vita, di essersi lasciata alle spalle le incertezze più pressanti e un certo numero di angustie.
Tutto era, come si dice, perfetto.
Eppure, se ci rifletteva, ogni cosa appariva grossolana, perversa quasi nel suo imporsi, impastata di un’implacabilità che prendeva dritto alla gola.
Distese le braccia, le spinse verso il margine del letto, come ad afferrarlo per intero. Rivide Awk silenzioso, sempre con lo stesso paio di scarpe e s’intenerì.
Rapide, le lacrime le formarono un doppio strato davanti agli occhi. Per non farle cadere sollevò le gambe, le unì, si carezzò il retro delle cosce e si mise a fare un po’ di bicicletta.
Le lacrime s’arenarono, più o meno.
“Stupida”, sospirò.

***

Anche questo era l’anno dell’ondata di caldo.
Awk non ricordava più quante volte l’aveva sentita ripetere la storia dell’ondata di caldo. Telegiornali e giornali, per dire, c’andavano a nozze. Figurarsi poi la Rete. La Rete andava a nozze con tutto. In mezzo, nel frattempo e per non sbagliarsi, la massa becchettava a casaccio qualche scampolo, lo fraintendeva e lo ripeteva a pappagallo, così l’intera giostra, male che andasse, faceva un altro giro.
Insomma, un’enorme perdita di tempo.
L’unica era non starli a sentire.
Il caldo si sentiva, però.
Scese dal tram e s’infilò nel primo bar che gli si parò davanti. Ordinò una coca con due fette di limone e del ghiaccio.
Bevve piano. Pagò.
Non erano trascorsi cinque minuti che aveva già sudato tutto.
Uscì e si rimise in marcia.
Bastò poco per accorgersene.
In giro c’era polline ovunque. A tonnellate. Ci si avanzava attraverso, lo si spalava via a furia di calci. Tale e quale se nevicasse, nevicasse calore.
Awk indossava pantaloni e camicia leggeri ma non c’era verso che tra vestiti e pelle circolasse un po’ d’aria.
Stranamente però i piedi erano asciutti, freschi quasi.
“Potrei andare dappertutto con ‘ste scarpe”, mormorò d’improvviso.
Non volendo, alla fine, un senso, per quegli affari, era saltato fuori.
Sorrise.
Di colpo gli venne voglia di camminare per sempre, fino a… rinascere.
La città era così bella da avere intorno, adesso. La prostrazione le donava. Il prevalere della vita artificiale all’interno di un mondo di polline, pareva averle restituito il suo vero volto.
Non era cosa di tutti i giorni contemplare un volto vero, a pensarci. Anche Ree doveva averne uno ma non c’era stato tempo di scoprirlo. A malapena ci si era dati una guardata reciproca.
Di sicuro, il tale con cui stava adesso non l’avrebbe scoperto, neanche avendo l’eternità a disposizione. Neanche al decimo Cartier.
Sembrava fatto di gesso – il tale – fuori e dentro. Non poteva che dirle quello che lei già sapeva e che già digeriva male. Cose di gesso, in ogni caso.
Amen.
Le vie erano sgombre, gran parte delle imposte chiuse, i rumori attutiti. Nessuno a perdita d’occhio. Perfino l’asfalto, tutto squarci e toppe, s’insinuava tra le case con una rivalsa indisponente, tipo conducesse davvero in chissà che posti straordinari.
Una gran voglia di mollare avvolgeva le strade e i palazzi rendendoli amichevoli, nuovi, come se tutto fosse nato da appena dieci minuti e ancora dovesse decidere cosa fare di se stesso. Come ci fossero un sacco di possibilità e niente di definitivo, niente d’irrecuperabile. E, a condire, il polline, che rimbalzava sui mattoni, s’attardava sui vetri, ingolfava gli scoli, alleggeriva e rallentava tutto, togliendogli peso e importanza, facendo venir voglia di starlo a guardare, di dargli una mano.
Doveva dirlo a Ree.
“All’inferno il resto”, fece Awk a voce alta.
Doveva farle sapere che le cose avevano deciso di mostrare un’altra faccia. Magari solo per quella mattinata, solo per quella mezz’ora.
Niente poteva escludere, infatti, che non ricapitasse mai più.
Doveva dirglielo.
Scrutò lo schermo del telefono. Esitò.
Sospese la missione piazzandosi sotto un alberello ai margini di uno spiazzo verde. Trattenne il respiro e si sedette sull’erba.
Ogni cosa era immobile nel calore ma ancora conservava la sua novità, quel viso aperto.
Il cielo era turchese, compatto, un’unica lastra dura.
E largo, molto largo.
– Ora si spacca e buonanotte – fantasticò Awk, le mani strette a cannocchiale.
Ridacchiò.
Vide Ree e quello fatto di gesso dentro un ristorante a bere vino con elegante noncuranza per convincersi che tra loro stava nascendo un’intesa. Lui a suo agio come può esserlo uno abbonato a vita alla cravatta; lei a fare la sofisticata alternando sguardi a vuoto a calibrati accenni di stanchezza.
– Certo – pensò Awk – Ma… allora ? –
Si lasciò andare sulla schiena. Quindi incastrò le mani fra l’erba e la nuca, gli occhi sempre fissi al cielo.
Gl’istanti avevano l’aria di trascorrere allegri. In fila, uno dietro l’altro, per conto loro, senza accavallarsi, ora che avevano azzeccato il ritmo delle cose, il ritmo del polline.
Sfilò una mano da sotto la testa, strappò una margherita e fece per mettersela in bocca. Quella tregua s’opponeva nuda ai calcoli, alle rigidità, a Ree, a lui, a quello di gesso, quindi meritava un gesto semplice.
A guardarla bene, però, la margherita mostrava chiari segni d’avvizzimento e spargeva pure un odoraccio infame in giro. L’azione combinata del caldo e delle pisciate dei cani doveva averla prosciugata.
Se la girò un paio di volte fra le dita, poi la buttò via. In fondo non era necessaria. Si stava bene lo stesso.
Sullo slancio si alzò, si scrollò il polline di dosso, s’asciugò il sudore dalla fronte e riprese a camminare.
Appena fuori dallo spiazzo, nascosta da un’edicola chiusa, Awk adocchiò la conchiglia di metallo di un telefono pubblico.
Un fossile.
Non poteva farselo scappare. Si avvicinò.
Il ricevitore penzolava. Lo sollevò: la linea c’era ancora.
“Cristo”, sbuffò.
Riunì qualche moneta e fece il numero.

***

Ree si stiracchiò.
La borsa sul pavimento era piena a metà.
Dalla finestra spalancata del polline rotolò sul pavimento.
Ree guardò il polline, guardò il telefono, il grosso telefono di bachelite che le aveva regalato Awk, sempre fissato con le cose vecchie.
Quell’oggetto per un momento le sembrò appartenere non tanto ad un tempo passato ma ad un tempo incongruo, a modo suo puro.
– A quest’ora sarà a casa – si disse.
Fece il numero.

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