Nel Blu cancellato da Blu

Blu cancella le sue opere

Se ad oggi la realtà dell’Occidente ci pare così chiaramente contraddittoria, così messa a nudo ed esposta per le sue infamie e meschinità, è sicuramente grazie alla lettura che la nostra civiltà dell’immagine e della parola – per la quale ci distinguiamo nettamente dalle altre culture – ha potuto operare sul visibile e sull’invisibile. La caratteristica della nostra arte, storicamente parlando, è che essa ha sempre fatto il doppio gioco con i potenti: solo così Caravaggio poté dipingere la morte di Dio all’interno delle chiese. L’arte occidentale vive del suo rapporto ironico con il potere che la commissiona (o che ne è la scaturigine) e la Street Art si configura, fin dagli esordi, come l’ennesima declinazione di questo assunto.

In un’ottica in cui è necessario leggere la realtà con le armi della demistificazione, del disincanto, con le chiavi di lettura della bellezza e della dialettica, per non cadere nei tranelli, nei sistemi di pensiero e di potere, nelle macchinazioni che vogliono condurci al nulla totale, bisogna che l’opera d’arte attraversi tutte le tappe della sua presenza nel mondo: da quelle a prima vista ricche di spirito di comunità e pace che la configurano come bene comune, come un grido contro le nefandezze della metropoli, a quelle che a prima vista possono sembrare condanne o vittorie del potere. Ciò vuol dire che vedere privatizzata la street art significa in primo luogo aumentarne a dismisura il suo potere dialettico: entrando nei musei o ingrossando il capitale di qualcuno, essa assurge immediatamente a critica del sistema che di essa si ingozza, trasformandosi in una forma d’arte diversa e con delle potenzialità in più. Certo, nulla è tolto all’immagine in sé, alla sua simbologia: essa reca comunque la memoria del contesto precedente nella quale è stata concepita, cosa che non può essere strappata da nessun intervento di ricollocamento. Il suo potere originale è moltiplicato dialetticamente: da arte in presenza, all’interno della città, ad arte precedentemente in presenza, essa compie un doppio processo interpretativo del luogo in cui originariamente è stata prodotta, nonché del luogo dove viene posta successivamente. Così succede con le opere d’arte trasportate nelle gallerie o con i pezzi di antica architettura nei musei di storia. L’opera d’arte che viene spostata, privatizzata o ricollocata, è un’opera d’arte che continua il suo itinerario interpretativo, la sua rilettura, il suo potere.

Abbandonando la frustrazione servo-padrone tipica di chi non sopporta di essere l’ultima ruota del carro capitalista, l’operazione imbastita dai galleristi e dai poli museali che prevedeva lo strappo delle opere di street art sembra a prima vista una barbarie o una forma di sfruttamento – e a tutti gli effetti lo è – ma ha di fatto come prima conseguenza quella di aumentare e di rendere storico e sincronico il potere interpretativo delle opere suddette.

Il gesto di Blu ci regala oggi, invece, un itinerario diverso, una fine troncata: l’idea della street art come un elemento di critica sociale, di etica urbana, che non sia riflesso di un’intera società (e che quindi non segua con essa l’evoluzione del mondo) ma che sia emanazione di una personalità che – cancellandola – si pone come illuminata o fuori dalla storia. É un atto in primo luogo egomaniaco, poi dannoso, per un mondo che più che mai ha bisogno che tutti – anche chi vive e si nutre di capitali – possa avere a che fare con un’opera di street art, comprendendola o fraintendendola, schernendola o apprezzandola: è così che l’arte fa luce sui secoli. In un secolo oscuro, ancora molto poco chiaro, chi ci toglie la luce dei fari auspica ulteriori naufragi.

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