Salvini e la defecazione intellettuale

Correva l’anno del *Generatore automatico di post di Salvini* quando la marea digitale iniziò ad accogliere Matteo Salvini e la sua defecazione lungo tutto lo scenario della comunicazione politica. La defecazione (lat. defaecare: «purificare») è infatti una di quelle operazioni linguistiche che Salvini conduce da sempre a favore della sua amica immaginaria, la voce del popolo, modellandola e inducendola ripetutamente a considerare fondamentale una qualche purificazione contro qualche nemico onnipresente. Questo, sia chiaro, tenendo bene a mente che se defecare è la stretta e necessaria conseguenza del mangiare, come naturale, allora mangiare è ovviamente possibile solo dopo aver defecato, facendo così apparire come naturale anche tale operazione linguistica, rappresentativa del cibo masticato e della sua evacuazione anale. Più che forma al «cibo», restando in termini d’accoglienza, quella Salviniana è infatti una gastronomia che dà forma al «piatto», che non solo viene elaborato seguendo un ricettario ideologico e un compromesso alimentare, ma per la nutrizione esauriente genera tanto appagamento psichico che la flatulenza diventa una regola ammessa nel cervello e un pensiero che esce sfiatando dalla bocca. Un linguaggio politico che debba invece seguire la trasformazione del seme e non quella del cibo, e che stringa una relazione intellettuale col frutto senza cedere al richiamo del piatto, non converrebbe a Salvini nemmeno se gli trapiantassero un fegato malato, poiché la defecazione resta oggi con lo spettacolo e l’immagine la forma comunicativa ideale per ottenere un consenso radicato soprattutto nelle fogne. Con la storia dei migranti vediamo come la trattazione del fenomeno, rapportato da Salvini al business e al crimine, anziché restare nel corpo della scelta amministrativa diventi un fenomeno di Vanità statale e un motivo per legittimarsi naturalmente, testimoniando come per opporsi al business dei migranti, un business dei tanti business, venga sistematizzato un business informativo e propagandistico che sul migrante fonda l’elemento del proprio spettacolo, aprendo le porte a un business retorico che, qualora fuggisse dalla penuria, dalla caricatura e appunto dallo spettacolo che lo geometrizza, annegherebbe velocemente come un bambino. Salvini nutre quindi la propria clientela attraverso la defecazione, operazione linguistica che pretende un business cerebrale e la mercificazione riprodotta del sistema nervoso, vendendo problema e soluzione come uno scafista e riuscendo a far defecare non solo la propria clientela ma anche quella nemica che, al suo pari, omologando la forma del dissenso con slogan a rischio dissenteria, vorrebbe opporre resistenza con le mosche.

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