Sin City: a dame to kill for

Dopo svariati anni dalla prima collaborazione,  Robert Rodriguez e Frank Miller riportano sugli schermi “Sin City” col capitolo “A dame to kill for”. Inutile dire che, da quando la storia del cinema ne ha visto la nascita, i “sequel” – per non parlare dei “prequel” – hanno sempre avuto la particolare tendenza a non rispettare le aspettative imposte dal successo del predecessore; “Sin city: A dame to kill for” è una delle rare eccezioni che confermano la regola.

Se il primo film aveva sicuramente un’impronta più autoriale – e, per certi versi, anche più sperimentale -, qui la maturazione tecnologica e narrativa ne riprende la ricerca, donando al fumetto di Miller una forma molto più compatta e che, questa volta, non lascia da parte la vena spettacolare. Mentre resta fedele il tocco fotografico e fumettistico, è particolarissimo e riuscito l’utilizzo del 3D, usato, più che per ottenere strabilianti effetti speciali, per dare profondità di campo nello spazio scenografico/digitale all’interno del quale sono mossi gli attori. Dal punto di vista narrativo, invece, l’eliminazione dei capitoli – principali fautori del tocco autoriale dell’originale, che vedeva come “regista d’onore” anche Quentin Tarantino – favorisce una dinamica ritmica perfetta e che non si lascia sfuggire nemmeno un momento di noia. A convincere e, quindi, a rendere l’operazione riuscita, sono anche gli attori, sia le vecchie guardie che i nuovi arrivati.

Riuscendo a confermare “Sin city” come il momento più alto della sua filmografia, Robert Rodriguez ci regala un cinema ancora una volta squisito e, nell’ancora più rafforzata iconografia della “femme fatale” – Eva Green e Jessica Alba sono divine –  un’opera post-romantica: prima ci accarezza,  poi  morde le labbra fino a farle sanguinare.

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