The revenant

The revenant

“…Urge and urge and urge,

Always the procreant urge of the world…”

Walt Whitman, “Leaves of Grass”

Ad ogni autore sembra essere fondamentale, per rinnovare il proprio slancio creativo, cambiare continuamente modalità e finalità d’azione della propria arte. Discorso valido come non mai per Iñárritu che, chiamato ad riconfermarsi dopo il successo di “Birdman”, cambia completamente registro con “The Revenant”, nel quale ripropone la storia di Hugh Glass, mercante di pelli aggredito da un grizzly e che, dopo essere riuscito sorprendentemente a sopravvivere, cerca di vendicarsi con i compagni che lo avevano abbandonato.

Si passa dunque dalla simulazione del piano-sequenza di “Birdman” –  e quindi dalla finzione come decostruzione e riproposizione della realtà – al metodo esattamente opposto, con la troupe costretta a girare in luoghi impervi e quasi sempre in condizioni di luce che prevedevano albe o tramonti, tentando dunque un approccio verista che restituisca la tangibilità di ciò che viene mostrato. A questo discorso contribuisce non solo il lavoro fotografico di Lubezki, che in alcuni casi inserisce oltre alle bellissime riprese dei paesaggi anche distorsioni visive ai lati delle inquadrature, specie nelle finte soggettive, ma anche quello fatto in fase di montaggio, dove gli stacchi vengono effettuati il più tardi possibile non facendo comunque scemare la narrazione dal punto di vista ritmico – da sottolineare le innumerevoli trovate visive che rimandano alla cifra stilistica, e non per motivi puramente estetici, di Terrence Malick –.

La questione della sopravvivenza diventa quindi un modo per elevare un’umanità che il regista messicano tende a tracciare come grottesca ed inquietantemente in balia di sé stessa – in tal senso anche la sequenza in cui l’orso attacca Glass, ricostruita a perfezione in CGI, rappresenta l’assoluta impossibilità d’azione che si traduce in necessità di reazione –. Il personaggio di Hugh Glass, dunque, rappresenta il legame precario che esiste tra l’uomo e la vita come esiste tra l’uomobianco e quella Natura che i nativi hanno provato a custodire – non a caso quel legame flebile che tiene Glass ancora in vita sembra essere rappresentato dai monologhi interiori (voice over) mai in inglese e sempre nel linguaggio dei pellerossa che, nonostante tutto, non vengono tracciati come personaggi positivi, evitando dunque facili manicheismi – e dovrebbe rappresentare quel volto americano capace di incarnare le proprie contraddizioni; diciamo dovrebbe perché se abbiamo riscontrato un difetto nel film è proprio la scelta di Leonardo Di Caprio nel ruolo del protagonista, superato di gran lunga dal compagno di scena  Tom Hardy.

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