Utopia e sentimento²

Sono fatto così. O dimentico subito. O non dimentico mai.

Samuel Beckett

Quando nel divenire crediamo in qualcosa che delude le nostre aspettative o, addirittura, le distrugge fino a ricrearle per una sorta di autolesionismo legato non tanto al ricordo quanto piuttosto alla sua espulsione, la conversione della sofferenza in forza è per eccellenza l’incantesimo che più si avvale della facoltà di farci evolvere/cambiare abito o, meno semplicemente, di farci sopravvivere. Shock costruttivo che ci vede  immersi in quel processo di (re)interpretazione antipositivistica dell’amore in sé per sé e al contempo terribilmente scomposti/ridotti a pezzetti sul piano emotivo-psicologico, dove avviene una cinica rivoluzione dello stato delle cose e la presa di coscienza che l’amore-dopo-l’amorefallimenti alla mano, esalta solamente una certa sensazione di disgusto. Tale repulsione, riguardante il sentimento e la sua doppia entità (nasce infatti in maniera astratta e se vive/muore lo fa concretamente) è frutto di un rinnegamento interiore che scavalca ogni certezza e impone una barriera fra noi e qualunque possibile Altro, accettando con indifferenza ogni forma di perfezione apparente o schema mentale che possa indicare la persona giusta. Dimostrazione, quest’ultima, che tutto ciò che sulla carta può sembrare scontato può mentire inavvertitamente, e che non esistono persone ideali ma solamente ideali mobili e lunatici – a volte banali – che rimbalzando nell’eterna oscurità di noi stessi, si proiettano nel desiderio attraverso l’inconoscibile artificio della naturalezza. L’immagine da sola, l’idea ibrida e inspiegata non basta se non influenza le corde giuste, se non produce quel suono che la ravviva e la cristallizza, così come la frequenza del suono – musica del cuore –  non può che calare di volume se non è ancorata all’immagine nel suo scorrere, alle convergenze dei suoi colori e ai centimetri delle sue linee. Insomma, non si vede la stessa cosa se la si sente dentro e non si sente la stessa cosa se la si vede solamente; fra la (non)scelta di vedere e sentire, alla fine di ogni dubbio, significare è il verbo sul quale l’Eternità illude le sue ali di farfalla, donando niente a qualsiasi forma di libertà. Dopo, accanto al dolore (linfa della vita) e lungo la strada della sconfitta, l’incapacità di ri-amare diventa un tratto somatico, l’ennesimo verbo-senso da controllare in quella geografia di nostalgie che il ricordo sfoglia liricamente. Le conseguenze, meri “cocci aguzzi di bottiglia”, si mettono di fianco a quella che Flaubert chiamava “la leggerezza straordinaria che si prova nei sogni”, supplicando un perdono di gioia alle porte spericolate dell’aridità…

Laddove finisce una speranza ne inizia un’altra automatica, legata ora a quella precedente ora a un nulla che prolifera nell’equilibrio della perdizione o negli anfratti segreti della solitudine. Di mezzo la società contemporanea e la ricerca sfrenata dell’istante, la comunicazione ansiogena che moltiplica le intese con l’illusione di perfezionarle, l’universo virtuale che facilita le attrazioni col potere di renderle effimere. Coinvolgimento che, nello stretto quotidiano, investe anche quei punti di apparente rottura come l’assenza e la mancanza  – “apparenti rotture” proprio perché “spazi di pausa” necessari a un certo sguardo autentico e definitivo – come anestetizzate dalla continua vicinanza allo schermo e di conseguenza poco padrone della loro funzione di (sotto)passaggio alla verità. Ed è qui, dove sembra regnare una generale frenesia e la nausea amorosa diventa tangibile, che c’è appunto inserito quel dopo – dettato, per dirla all’Antonioni, da quella “malattia dei sentimenti” che ne rivela la precarietà nel prima – che influenza ogni status, positivo o negativo, a stabilizzarsi o destabilizzarsi tanto velocemente quanto l’effetto che porta a dis-perdere la propria (?) identità. L’amore come condizione successiva e forma di morte, di ri-creamento e cancellazione, entra quindi nel circolo della velocità e arraffa le consolazioni più utili secondo un sottile meccanismo sociale in cui apparire è la regola e scomparire è l’eccezione [l’inevitabile conclusione]. Appresso al principio del piacere – azione e re-azione assoluta del secolo – la coscienza assume un aspetto glaciale e paurosamente meccanico, facendo da melodia al ballo di “marionette” a cui partecipiamo con la memoria in tasca, di figure sempre incapaci di scrollarsi di dosso – e dalla carne, una volta per tutte –  la poesia più dura.

Col tempo, a braccia conserte e testa penzolante, un po’ come i bambini quando scoprono le bugie, impariamo a divertirci e a dissimulare un certo terrore dietro un grande coraggio. E ce ne stiamo lì induriti e spensierati, nell’epoca in cui il sesso è l’interprete più vincente, fieri di antichi dolori e stanchi di ammettere nuove emozioni, a improvvisare una corazza che non sarà mai nostra, in attesa di un altro pugno allo stomaco che, occhi alle spalle, ci obblighi a fare un passo indietro.

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