Violenza danzante: l’immaginario filmico di Nicholas Winding Refn

Nicholas Winding Refn, regista danese scuola 1970, è sicuramente uno degli artisti più interessanti nel panorama cinematografico internazionale.
Dopo aver abbandonato l’accademia d’arte drammatica di New York, torna in Danimarca dove un produttore nel 1996 decide di trasformare un suo cortometraggio nel film d’esordio: Pusher. Un’opera prima che oltre ad essere destinata a diventare un cult del cinema underground, getta le basi che caratterizzeranno il luminoso futuro di Refn, con una sempre raffinata ed azzeccata scelta musicale, ed una regia cruda ed innovativa, sorprendente frutto della mancata formazione tecnica.

Ma il futuro del talentuoso regista danese deve attendere prima di diventare luminoso. Infatti se con il successivo Bleeder (1999) si intravede un progresso di maturità stilistica, con Fear X (2003), fa qualche passo indietro, ed oltre a relegarsi come autore di nicchia il disastro al botteghino lo costringe a girare, per rimettersi in piedi economicamente, Pusher 2 (2004) e Pusher 3 (2005), sequel del fortunato esordio, anche se non interessanti come il primo.

Nel 2008 torna sugli schermi con Bronson, film biografico sulla vita di uno dei più pericolosi criminali d’Inghilterra. Ed è proprio da qui che l’ideale estetico di Refn prende forma viva e consapevole, dalla fotografia alla direzione degli attori, dalla messa in scena alla geometria delle inquadrature. L’anno successivo è la volta di Valhalla Rising, criptica rappresentazione ambientata in una comunità di vichinghi, che si incentra definitivamente su un tema che diverrà colonna portante dei successivi lavori di Refn: la violenza, pura ed istintiva, esulando dal processo di spettacolarizzazione Tarantiniano, altro cineasta al quale la tematica è cara ma diversamente intesa.
E proprio su questa scia arriva la consacrazione internazionale con Drive (2011), capolavoro interpretato da un Ryan Gosling in stato di grazia, osannato dalla critica e con cui vinse la miglior regia al festival di Cannes. L’opera si presenta lineare, raffinata ed elegante, dove la drasticità del difficile mondo criminale viene opposta ad una storia d’amore sfuggevole ed anticonvenzionale, riassunta egregiamente nella sequenza dell’ascensore (il bacio a rallenty seguito immediatamente da un’uccisione improvvisa a velocità normale).

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Refn ci sorprende ancora nel 2013 (questa volta spaccando critica e pubblico in due) confermandosi e superandosi con la maestosa opera Only God Forgives, dove, ancora con Gosling protagonista, fonde substrati narrativi e tematici avvolti con una fotografia all’insegna di un rosso (a detta del regista l’unico colore che riesce a distinguere) che difficilmente lascia indifferenti.

Affermazione del regista: “Vedere Drive ed Only God forgives di seguito è come farsi di cocaina e poi provare un acido”

L’universo creato da Nicolas Winding Refn, specialmente con gli ultimi due lavori, immerge lo spettatore in un’infinita consecuzione di scelte che lasciano sempre storditi, sa stupire sempre sia nei film che nelle scelte di percorso ( a quanto dichiarato ultimamente vorrebbe dedicarsi alla commedia). Riducendo all’osso gli elementi del linguaggio cinematografico, quali sceneggiatura e montaggio, ci si immerge in una visione che si districa tra il brutale capitale umano e l’onirico, tutto il suo immaginario filmico diviene moderna trasposizione della tragedia greca, il maestoso trasla nell’Ignoto, Le spleen baudelairiano impresso su pellicola, il neo-romanticimo sfiora le labbra del nichilismo.

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