C’è (sempre stata) vita su Marte

sono stato anche su Marte
ho incontrato – in una depressione piuttosto profonda, come pure piatta e quasi priva di asperità – il dr. Manhattan
era lì (diciamo così, perché l’eventuale misurazione esula dai parametri convenzionali) da tempo
il suo tipico colorito del-cielo-primaverile-all’imbrunire era di un blu acceso, originato – come avrei compreso a breve – da qualcosa che travalicava la sua originalità molecolare
“ciao Ale. quanto tempo”
non ho risposto a tono e subito per le ragioni appena addotte e anche perché, a rifletterci quel tanto, non mi sembrava il caso di esordire infilandomi in un ginepraio di paradossi quantistici
me la sono cavata buttando lì un mezzo sorriso. alla fine ho detto:
“forte il tuo orologio cosmico, doc. o era meccanismo universale?”
“orologio universale”
“ma infatti!”
ma infatti non è una risposta appropriata”
“ma infatti”
“mi sei sempre piaciuto, Ale”
“grazie doc”
“una volta risolte le ultime anomalie relative ai campi intrinseci, non è stato difficile”
“mai avuto dubbi, doc”
“il grado di approssimazione armonica di questa struttura è tale da non essere quantificabile. o, simmetricamente, l’unico elemento di paragone è l’estensione della nota di fondo dell’universo stesso”
“ma infatti!”
“Ale, ti ricordo…”
“… che ma infatti non è un’espressione appropriata. ma infatti!”
“mi sei sempre piaciuto, Ale”
“ti stai ripetendo, doc”
“la monotonia è pari solo all’inutilità. proprio come l’orologio universale. la sua maestà è pari solo alla sua inutilità”
il blu del corpo del doc a questo punto s’è abbassato di un altro paio di toni, mentre gambe e braccia scivolavano nel vuoto assumendo un’inedita posizione del loto. insomma, era chiaro: era arrivato il momento che mi togliessi dalle scatole
“mi ha fatto piacere rivederti, Ale. anche se piacere nel mio lessico assume una sfumatura per te inconcepibile e di cui mi scuso”
“non devi scusarti di una cosa che non posso capire, doc”
“mi sei sempre piaciuto, Ale”
“grazie doc”
quindi ci siamo stretti la mano (eufemisticamente, ovvio. considera che aveva assunto, più o meno, le proporzioni del Chimborazo, quello strano monte che per via delle deformazioni equatoriali risulta essere il più lontano dal centro della Terra)
in realtà quello che ha fatto è stato indirizzare verso di me un fascio ritoccato di fotoni appena nati di un azzurro talmente puro da essere vacuo. la loro carezza discreta ma completa mi ha permesso (e non saprò mai quanto d’intenzionale c’è stato in questo) di cogliere tanto la misericordia quanto l’avvilimento del suo animo trans-tutto.

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