Yue Minjun: le “fou rire”

Yue Minjun, Opere

“Vi sono tre cose reali: Dio, la follia umana e il riso: dato che le prime due oltrepassano la nostra comprensione, dobbiamo fare quello che possiamo con la terza”. – Ramayana, testo sacro indiano.

Ridere è l’atto umano che più assomiglia alla follia ed al contempo ciò che più se ne distanzia.
Yue Minjun, artista pechinese nato nel 1962, di questo motto ha fatto un mantra ed una chiave interpretativa della sua intera opera di pittore. Ripescando l’antichissimo simbolo tradizionale del Buddha che ride, ove Geng Jianyi, nel 1987, si era fermato con la sua “The Second Situation” – opera che, a detta dell’autore, sembra avere ispirato il suo unico vero leitmotiv – comincia un percorso di testimonianza controverso e all’apparenza dissacrante definito dalla critica come «una auto-ironica risposta al vuoto spirituale e alla follia della Cina di oggi».

Dopo una precedente, timida produzione pittorica fatta perlopiù di pastiche che sembra concludersi all’alba degli anni novanta, lo stile di Yue Minjun si forgia e si serializza, negli anni, attraverso un lavoro di sintesi rappresentativa che sembra protrarsi su due principali vettori, al contempo stilistici e semantici: una spazialità nevrotica-metafisica, tanto fumettistica quanto surrealista-magrittiana, fondata sulla semplificazione e sulla stilizzazione cromatica e geometrica degli spazi; un meccanismo di ripetizione, a partire da una figura archetipica, di infinite copie pressoché identiche nell’azione o nella posizione, omo-logate/conform-ate e non “conform-iste”, in quanto portatrici evidentemente inconsapevoli di un solo pensiero/azione, collettivamente.

Si utilizzava la parola “semantica” poiché dietro all’artifizio stilistico, singolare ma non troppo (la serializzazione di un elemento quanto il suo posizionamento metafisico sono alla base di tante sperimentazioni avanguardistiche del novecento, da Magritte a Warhol per citarne alcuni tra i più famosi) esistono prospettive ermeneutiche che individuano – e si semplifica, per poi approfondire – risoluzioni anti-filosofiche, cioè orientate ad un atteggiamento intellettuale che, nella ridotta prospettiva eurocentrica della nostra cultura, può rientrare nella blanda etichetta di “orientalismo”.

Possiamo incontrare, senza fare troppa fatica nel rovistare tra le centinaia di opere (è introvabile, per chi non conosce il cinese, un conto ufficiale) pastiche e remake di Piero Della Francesca (Ritratto del duca di Urbino, Battesimo di Cristo) Caravaggio (Deposizione), Vermeer (La Lattaia) Delacroix (Massacro a Chios, La libertà che guida il popolo) Manet (Your Manet) Bacon (How are you Bacon) Magritte (nel quadro Magritte’s Clouds), e innumerevoli sono le citazioni contenute all’interno degli altri percorsi. Dietro a questi remake si scorge, inevitabilmente, una satira sul sistema di pensiero occidentale: sulla sua dinamica diveniente, sulle sue epoche e le sue claudicanti risoluzioni, sulle sue goffe conclusioni, sui suoi corsi e ricorsi, sulla mancata oggettivazione di ogni sviluppo del pensiero logico, su tutti i paradossi che per secoli hanno costituito il motore storico-artistico della nostra civiltà. Tutto ciò è rappresentato da Yue Minjun attraverso un fou rire arrendevole, totalizzante, in qualche modo orientale, giullaresco e beffardo, quasi vendicativo verso quell’eurocentrismo che per secoli ha contraddistinto il nostro pensiero. Ove Goethe fu il primo ad ammonire la nostra civiltà riguardo alla necessità di aprire le prospettive alle culture orientali, alla ricerca di una Weltliteratur che unisse i popoli in una festa multiculturale e priva di pregiudizi, l’arte di questo contemporaneo ci unisce in una risata che può senza troppe remore ergersi ad egida, che appartiene e non può non appartenere ad ogni uomo e alla nostra goffaggine, che sembra irridere quanto abbracciare, schernire quanto compatire e appare tanto sciocca quanto lucida: questo è forse il senso paradossale e duplice di una risata, in tutte le sue declinazioni, eretta a sintesi-ammissione di una condizione eterna di condanna al mistero.

C’è inoltre un intero percorso che va dagli olocausti alle dittature, dai simboli sacri occidentali a quelli orientali, ripercorre la tradizione cinese, ripropone scampoli di avantpop (figure dai fumetti o dalla pop-art), in poche parole un percorso esteso, dettagliato, forse per questo coraggiosamente etichettato dalla critica come realismo cinico, denominazione che appare, soprattutto nel primo termine, quanto più improvvisata e frettolosa: ciò che concretamente si può affermare è che, attraverso la sua opera, la risata assume una funzione non solo totalizzante/metafisica, ma anche esorcizzante. Ride sui morti, sui vivi, sulla storia e sull’arte per l’arte, sulla filosofia e sulla politica, sulla socialità e sulla società di massa, sulla guerra e sulla pace, e sugli uomini tutti. Una risata anacronistica che “si interessa a fondo, con strana lucidità, dei loro problemi, e li aiuta senza tante storie a risolverli: non sanno che nel suo sguardo divertito, essi svaniscono come sbandati fantasmi. (Pasolini, Petrolio p.424”

Contestualizzata nella Cina tardo-capitalista, ove la sovrappopolazione, le mancate politiche di tutela dei lavoratori, i ritmi infernali di un sistema sociale che riduce l’uomo al suo lavoro – quindi al suo salario – e distrugge la bio-diversità non solo a livello puramente ambientale, ma anche a livello umano, quest’opera e tutte le sue declinazioni appaiono come un auto-ritratto della degenerazione di una cultura millenaria, che appare tanto potente quanto minacciosa nella sua crescente egemonia politico-economica, ove l’identità appare come l’ultima in ordine temporale delle tradizioni in declino e l’uomo sembra voler in ultima analisi sacrificare sé stesso, perché ha forse realizzato di essere la sua stessa malattia.

Yue Minjun alla Saatchi Gallery http://www.saatchigallery.com/artists/yue_minjun.htm

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